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Sotto alla Corona

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La nottata passata a camminare e fumare, a stomaco vuoto, mi aveva ridotto uno straccio.
“Ammazza come sei ridotto...” C mi fa notare in tono scherzoso, cercando di rompere il ghiaccio.
La nausea mi torceva lo stomaco ed mi inaridiva la bocca. Aprii il finestrino lasciando che il vento mattutino mi arruffasse i capelli.
Era tutto meraviglioso, il tempo, la campagna, la tranquillità. Il paesaggio di sempre.
Eppure ero convinto che tutto sarebbe cambiato una volta che avessi lasciato esplodere il vulcano che mi ribolliva dentro.
Avevo due opzioni: inventare un’altra cazzata e ritornare lentamente all’interno della mia prigione o aprire bocca, rischiare tutto e sperare per il meglio.
“Insomma? Mi dici che è successo? Tutto bene?” C incalza, approfittando della mia momentanea calma e rovistando tra le stazioni radio per qualcosa da ascoltare..
“Sì.... Abbastanza...” rispondo, in tono evasivo guardando fuori dal finestrino.
“Abbastanza? Cioè, della serie che se stavi ‘appena male’ ti buttavi sotto a un treno? No dico, ma sei fuori? Che cazzo è successo?”  C insiste, evidentemente arrabbiato.
“Niente ti dico... È passata adesso, dai.... Andiamo a fare colazione...” cerco di sviare.
In quel momento C imbruttisce e ferma la macchina di botto in mezzo alla strada, deserta per fortuna.
“SPARISCI PER GIORNI, MI TIRI GIÙ DAL LETTO ALLE 7.00 DI SABATO MATTINA, PIANGI AL TELEFONO COME UN DISGRAZIATO, SEMBRI MEZZO MORTO E MI DICI CHE È PASSATA? MA VAFFANCULO VA.... ESCI... FORZA... VAI!” e così dicendo lancia il mio zainetto dal finestrino e letteralmente mi butta fuori dalla macchina.
“CHIAMAMI QUANDO HAI SMESSO DI FARE IL COGLIONE!” mi grida mentre si allontana a tutto gas.
Io non cerco neanche di fermarlo. Non cerco neanche di farlo ragionare o di chiedere scusa. Ricordo che la faccia mi faceva male perchè mi sforzavo di ridere mentre dagli occhi le lacrime rotolavano giù spudoratamente.
Guardai la macchina sparire dietro la curva in un polverone. Mi ricomposi.
Ero già a metà strada e decisi di farmela  a piedi tantopiù che non c’era un telefono pubblico nel raggio di almeno un chilometro e i telefonini cellulari erano ancora un lusso di ben pochi.
C aveva ragione. Ho sempre abusato della sua comprensione, fin da piccoli. Mi ricordo di aver, in diverse occasioni, inventato cose solamente per attirare la sua attenzione.
Mi è sempre piaciuto sentire che, nella folla di coetanei che mi sfottevano, c’era lui pronto a difendermi, ad interessarsi. Sapevo, anzi, avevo sempre saputo che C mi voleva davvero bene.
Ed io me ne ero innamorato perdutamente.
Ne ero stato silenziosamente innamorato per ben 6 anni.
Ma questa parte non mi interessava più. C era eterosessuale, anzi, era l’eponimo dell’eterosessualità. 
In altre parole, C andava pazzo per le donne.
Questa era un’altra gabbia da cui volevo e dovevo uscire. Intrappolato a fantasticare su un amore impossibile a causa della mancanza di alternative.
Passo dopo passo sulla strada deserta, mi ritrovai a ricordare la nostra infanzia insieme, i dispetti che mi faceva, tutte le volte che mi ha chiesto scusa, tutte le conversazioni serie, le sigarette, le birre, i progetti di fuga dal paese, ridere fino alle lacrime, litigare fino a fare a pugni, le gare di rutti e tutte le volte che a scuola ci avevano mandato fuori dall’ aula perchè facevamo casino. 
Sempre insieme. C e io. Questa amicizia meritava la verità. 
Arrivai a casa mezzo impolverato intorno alle nove. 
“No dico, potevi telefonare a tuo padre no?” mamma mi fa, puntando il dito alle mie scarpe imbiancate dalla strada di campagna.
“Dai, togliti quei jeans e quelle scarpe che li butto in lavatrice... Col sole di oggi si asciugheranno in mezz’ora..... Hai fatto colazione?” 
“No.... Ma non ho fame....” 
“Ok.... C ha chiamato ieri sera, pensavo foste insieme.... Vi siete sentiti?”
“Sì.... Anzi, stasera usciamo.... Non mi contare per cena.... Mi vado a fare la doccia ok?” concludo io baciandola sulla guancia. 
Trascorsi il resto della giornata in uno stato di pseudo-ipnosi. Gli occhi fissi su un punto indefinito a mezz’aria, la mente affollata da flashbacks che illustravano la mia vita passata di gay non dichiarato, sfottuto e isolato. Immagini dell’Alibi e della folla coloratissima alla porta.
Dovevo esorcizzare il mio passato, dovevo dire la verità.
Tutta però e senza riserve.
Avevo deciso. 
Rovistando tra le mie cose ero riuscito a trovare i miei vecchi diari del liceo, dove scrivevo poesie e versi mielosi e tragici dedicati a qualche ‘ragazza’ misteriosa che nessuno conosceva. 
Voi dite che Gianna Nannini scrive le canzoni in ‘neutro’? Io ci ho vissuto per anni in neutro. 
Non ho mai mentito apertamente  riferendomi ad una ragazza, forse per non perdere lo spirito delle mie emozioni, o forse perchè anche l’ipocrisia ha un limite, ma sapevo che non avrei neanche mai potuto specificare il sesso dell’oggetto dei miei languori. 
Parlavo di ‘essere’, ‘creatura’, ‘angelo’, ‘anima gemella’..... 
Ero di una pesantezza tutta D’Annunziana, con i miei ‘ismi’ ed i miei riferimenti ad un passato monumentale che andava adorato e custodito... Ero tutto preso dalla difesa del mio dolore che non mi ero neanche reso conto della Cattedrale che gli avevo costruito, in anni di silenzio, soffocando gli ormoni ed i sentimenti puri del primo amore.... Ero un po’ stranuccio rispetto ai tipi della mia età. Lo ammetto.
Ma che volete farci? 
Quando tutto quello che hai è la tua insoddisfazione e il tuo dolore e la tua vergogna, la cosa più spontanea per me da fare fu erigerne un monumento dove andare a pregare ogni tanto. Dove bruciare le mie offerte votive, dove versare le mie lacrime.
Ricordo C che mi sfotteva “Ahò, ma che scrivi tutta ‘sta prosa? Te c’hai bisogno solo di una cosa...” scrisse una volta con la penna rossa sotto ad una poesiola che non sapeva fosse in verità dedicata a lui.
Tutto infatti era dedicato a lui. La mia intera vita da adolescente era stata dedicata a lui, così come gli slanci del mio cuore e le mie depressioni.
Povero C, alle prese col suo migliore amico, ogni giorno più strano, del tutto ignaro di essere la causa dei suoi malori...
“C, scusa per prima...... Se stasera non hai altri impegni ti va di andare a cena?” gli chiedo io per telefono “Ho qualcosa da raccontarti...” aggiungo 
“Passata la fase del coglione?” mi sfotte lui dall’altra parte, la voce appena udibile contro gli U2 che urlavano dal suo stereo “ Ti vengo a prendere alle 7.00 ok? Fatti trovare pronto...”
“Sono pronto.... Sarò pronto.... “ rispondo io, accarezzando la pila di vecchi diari accanto al telefono.
Mi sentivo su di giri. Non ero per niente impaurito e, cosa ancora più importante, non ero più innamorato di C.
Analizzando col senno di poi (ed il sapore delle labbra di un altro ragazzo ancora in bocca....) non penso neanche si sia mai trattato di amore.
Era qualcosa di diverso. Non meno importante, non meno struggente. Era privo di  corpo, era solo anima.
Qualunque cosa fosse stato, mi aveva occupato la mente per 6 anni e mi aveva aiutato a salire la china ed a raggiungere quel fatidico bacio. 
Era stata la zavorra che alla fine ero riuscito a buttare in mare, provando a me stesso che il mio cuore poteva aspirare a ben altro che ad un rapporto unilaterale vissuto nella totale segretezza del mio cervello.
Tutte quelle parole, quei versi, erano come le erbacce che crescono all’ombra, frutto della tristezza e della frustrazione di un adolescente.
Strapparle non sarebbe stato sufficiente, dovevo metterle al sole, il sole della verità.
Alle sette in punto C suonò il citofono e io uscii, chiudendomi la porta alle spalle.
Jeans e camicia blu, col mio zainetto pieno di vecchi diari scolastici.
“Hey! Ti ho portato un regalo.... Giusto per fare la pace.... Stronzo!” gli dico io togliendogli la sigaretta di bocca per rubare un tiro, spavaldo.
“Ah beh.... Se è per farti perdonare spero sia qualcosa di costoso...” mi fa lui in tono scherzoso salendo in macchina “me la ridai la sigaretta o no?”.
“Costoso dici? Diciamo che alla fine della serata saprò dirti quanto mi è costato farti questo regalo.... Dove ti va di andare?” dico io in tono evasivo, inghiottendo il fumo della sigaretta come fosse un uovo sodo.




Ed in macchina ci avviammo nell’aria afosa della sera estiva.
QF x




The night spent walking and smoking, on an empty stomach, totally fucked me up.
"You look like shit..." C points out to me jokingly, trying to break the ice.
The nausea twisted my stomach and dried up my mouth.
I opened the window and let the morning breeze ruffled my hair.
Everything was wonderful, the weather, the countryside, the tranquility. The familiar landscape.
Yet I was convinced that everything would change once I had left explode the volcano seething inside me.
I had two options: to invent another story and slowly crawl back into my prison or open my mouth, risking everything and hope for the best.
"Well? Will you tell me what happened? Are you all right? "C presses on, taking advantage of my momentary calm whilst rummaging through the radio stations for something to listen to.
"Yes... I’m fine..." I reply, sounding evasive and looking out the window.
"FINE? Does this mean that if you were 'a little sad' you would throw yourself under a train? I mean, are you insane? What the fuck happened? " C insists, clearly angry.
"Nothing, I tell you ... It's over now.... Let's go for breakfast... " I try to deflect.
At that moment, C really flips and stops the car suddenly in the middle of the road, thankfully deserted.
"YOU DISAPPEAR FOR DAYS, YOU THROW ME OUT OF BED AT 7:00 IN THE MORNING ON A SATURDAY, YOU CRY ON THE PHONE LIKE A MAD MAN, YOU LOOK HALF DEAD AND YOU SAY THAT IT’S OVER?  BUT FUCK YOU! GET OUT! MOVE! GO!"And in so saying he throws my backpack out of the window and literally throws me out of the car.
"Call me when you stopped being an idiot!" he yells at me while speeding away.
I don’t even try to stop him. I don’t even try to reason with him or apologize to him. I remember that my face hurt because I tried so hard to laugh as the tears rolled down from my eyes shamelessly.
I watched the car disappear around the bend in a cloud of dust. I composed myself.
I was already half way and decided to walk the rest of the way, more so that there wasn’t a public telephone within at least a mile and mobile phones were still a luxury for the very few.
C was right. I have always abused of his understanding, from an early age. I remember inventing things, on several occasions, just to get his attention.
I always liked to feel that, in the crowd of peers that made fun of me, he was ready to defend me, ready to be interested. I knew, indeed, I had always known that C really cared for me.
And I fell madly in love with him.
It had been silently in love with him for 6 years.
But this part did not interest me anymore. C was heterosexual, indeed, he was the eponym of heterosexuality.
In other words, C was crazy about women.
This was another cage from which I wanted and needed to escape. Trapped fantasizing about an impossible love because of the lack of alternatives.
Step by step along the deserted road, I found myself remembering our childhood together, the way he always teased me, the times he apologized to me, all  our serious conversations, the cigarettes, the beers, our plans to escape from the country,  laughing to tears,  fighting to the point of getting physical, our burping competitions at school and all the times we were sent out from the classroom because we were disturbing the lesson with our bullshit....
Always together. C and me. This friendship deserved the truth.
I got home around half past nine, all covered in dust.
"No, I mean, you could have called your dad right?" Mom said to me, pointing at my shoes caked in dust from the country road.
"Come on, take off those jeans and those shoes. I’ll throw them in the washing machine ... The sun will dry them in half an hour..... Have you had breakfast? "
"No. ... But I'm not hungry ...."
"Ok .... C called last night, I thought you were together .... Have you spoken to him? "
"Yes ... In fact, we’re going out tonight .... Don’t count me in for dinner .... I'm going to take a shower ok? "I conclude, kissing her on the cheek.
I spent the rest of the day in a state of pseudo-hypnosis. Eyes fixed on an indefinite point in mid-air, my mind crowded with flashbacks illustrating my past life of closeted homosexual, the teasing and the isolation. 
That gay club, and the colorful images of the crowd at the door.
I had to exorcise my past, I had to tell the truth.
All of it and without reservation.
I had decided.
Rummaging through my things I found my old journals from high school, where I wrote poems and verses dedicated to some 'girl' that no one knew.
I never lied openly referring to a girl, perhaps not to lose the spirit of my emotions, or perhaps because even hypocrisy has its limits, but I also knew that I could never specify the sex of the object of my languor.
I spoke of 'being', 'creature', 'Angel', 'soul mate'.....
I was completely taken with the exaltation of my pain that I hadn’t even noticed the cathedral I had built for it over years of silence, suppressing hormonal moods and the pure feelings of first love .... I was a little weird for my age. I admit it.
But what can you do?
When all you have is your dissatisfaction and your pain and your shame, the most spontaneous thing for me to do was to erect a monument to them, to go pray to every now and then. Somewhere to burn my offerings, somewhere to pour my tears.
I remember that C often made fun of my poems"Hey, but why do you write all this prose? You only need one thing you know... " he once wrote in red pen at the bottom of a poem, not knowing it was actually dedicated to him.
Everything was in fact dedicated to him. My whole life as a teenager was dedicated to him, as well as the feelings of my heart and my depressions.
Poor C, struggling with his best friend, every day more and more strange, completely unaware of being the cause of his fainting fits...
"C, sorry about earlier ...... If tonight you don’t have other commitments, do you want to go to dinner? "I ask him over the phone "I have something to tell you ... " I add.
"Are you done with the asshole phase?" he taunted me from the other end of the phone, his voice barely audible against U2 screaming from his stereo " I’ll come and pick you up at 7.00 ok? Be ready... "
"I'm ready .... I'll be ready .... "I answer, patting the old diaries piled by the phone.
I felt in high spirits. I was not afraid and, more importantly, I was no longer in love with C.
By analyzing in hindsight (and thanks to the taste of the lips of another guy still in my mouth....) I do not think that it was ever love.
It was something different. No less important, no less poignant. It had no body, it only had soul.
Whatever it was, it occupied my mind for 6 years and had helped me to climb the slope and reach that fateful kiss.
It was the ballast that at the end I managed to throw into the sea, proving to myself that my heart could aspire to something more than a one-sided relationship lived out in the total secrecy of my brain.
All those words, those verses were like the weeds that grow in the dark, the fruit of sorrow and frustration of a teenager.
Tear them off was not enough, I had to throw them in the sun, the sun of truth.
At seven o'clock the bell rang and I went out, shutting the door behind me.
Jeans and blue shirt, with my backpack full of old school diaries.
"Hey! I brought you a present.... Just to make up.... You asshole! "I say to him taking the cigarette from his mouth to steal a puff, recklessly defiant.
"Oh well.... If you hope to be forgiven , it better be something expensive..." He teases me jokingly whilst getting into the car, " are you giving back that cigarette or not? ".
"Something expensive you say? Let's say that at the end of the evening I shall tell you what this gift has cost me.... Where do you want to go?" I say evasively, swallowing cigarette smoke like a hard-boiled egg.
And we sped off in the hot summer’s evening’s air.
QF x




Ovviamente doveva esserci un proseguimento, perchè il bello deve ancora venire.
Ho quotato Bridget Jones nel mio post precedente, e non a caso, perchè anch’io ho conosciuto la mia sacrosanta manica di bastardi.
Certo, nel mio villaggetto in Italia le cose si muovevano pianissimo, le uniche persone ‘ovviamente’ gay erano quelle additate e derise da tutti e grandi abbastanza da poter essere i miei nonni.

Più mi guardavo intorno alla ricerca di un simile, e più vedevo il nulla.
Ma come saranno questi altri gay? Voglio dire, ci sarà pure un’alternativa al tipo ottuagenario in canottiera a rete che cammina sculettando no?
DOVEVA ESSERCI!

Ne voglio ancora!!
Avevo 19 anni, avevo assaggiato le labbra di un altro ragazzo ed adesso non riuscivo a pensare ad altro.
Avete presente quando il vampiro assaggia il sangue umano per la prima volta? Ecco, io stavo morendo di sete e, a peggiorare le cose, stavo morendo di soltudine.

L’innocenza è come un lungo sonno. È una crisalide che ti ripara dal mondo e da te stesso. 
Ti difende dalla tua animalità e dai tuoi desideri. 

Io avevo perso questo guscio ed ero stato buttato all’aperto, come un cane tenuto al guinzaglio per troppo tempo, solo per scoprire che il calore di cui avevo bisogno per ora proveniva solo dalla mia prigione, e che là fuori c’era il vuoto.

Mi dovevo sorbire tutte le amiche e gli amici che amoreggiavano e si cercavano. Mi dovevo sorbire l’estate degli altri mentre io ero bloccato in inverno.
Non avevo la loro libertà. 
Quell’interminabile  bacio mi aveva dato due belle ali, ma ero costretto a tenerle nascoste sotto al cappotto, con tutta la goffaggine che la natura aveva garantito ai miei 19 anni e la frustrazione che nasce dal sapere perfettamente cosa si vuole, ma non poterlo ottenere.

La verità senza coraggio rende schiavi...
Sapete, mettersi a nudo di fronte a noi stessi non ci rende affatto liberi. La verità, quando manca il coraggio per viverla, diventa schiavitù.
Questo mi pesava, non poco.

Ovviamente F. si era dileguato con tutte le sue promesse di salvezza e, nonostante tutte le mie telefonate per chiedergli di uscire insieme, per avere un’introduzione a quel mondo parallelo che sognavo, la cosa non si è mai materializzata. 
Sarà anche stato carino, ma che stronzo... 

Allora ho stretto i denti e mi sono lanciato all’avventura da solo.

Qualcuno mi aveva parlato di una discoteca a Roma chiamata ‘Alibi’, al Testaccio. Beh, un venerdì sera mi sono fatto coraggio, ho raccontato una balla ai miei, ho preso l’ultimo treno per Roma e mi sono messo alla ricerca di questo locale.

Durante il viaggio in treno mi facevo i film in testa, il mio ingresso in discoteca, comprare un drink, fare quattro salti, fare amicizia con qualcuno, magari anche scambiarsi i numeri di telefono. Una bella serata. L’inizio della mia seconda vita, carico di possibilità.

Quanti ricordi...
Armato di mappa e tanta volontà, alla fine trovai il locale.
L’afa di Luglio oscurava le stelle e tra i pini il cielo si tingeva dell’arancio elettrico dell’illuminazione stradale.

Le notti di Roma. 
Sporche, chiassose, intossicanti. 

C’era una lunga fila davanti alla porticina anonima del locale. Un gran viavai di personaggi colorati.
Tanta gente. Tanti bei ragazzi.
Io ero quasi nascosto tra due macchine nel parcheggio, con i miei jeans, le scarpe da tennis e la camicia rossa, non avevo il coraggio di farmi avanti.
A me sembravano tutti belli, sicuri di sè, disinvolti.
Entravano ed uscivano dalle automobili, si chiamavano tra loro, si baciavano per strada.

Io ero paralizzato dal mio senso di inadeguatezza.

"Ahò, voi esse amico mio?"
Poi, come il lupo cattivo nella favola di Cappuccetto Rosso, dall’interno di una delle due auto tra le quali mi nascondevo, un tizio abbassa il finestrino e mi fa:

“Ahò! Voi esse amico mio?” toccandosi in mezzo alle gambe e ammiccando.

Credo di essere arrossito fino alla punta dei piedi.

Così, tutto tirato a lucido come il ragazzo di campagna che ero, con la mappa sotto braccio e lo zainetto, da bravo cagasotto, sono scappato via e quella notte così piena di possibilità, divenne una voragine.

Girai a piedi per Trastevere fino all’alba, fino al primo treno che mi riportasse a casa.

Le notti di Roma.
Voglio tornare a casa da mamma...
Lunghe, vuote, claustrofobiche.

Non riuscivo a smettere di pensare a tutta quella gente.
Ai ragazzotti in canottiera. Alle trans anoressiche super-vestite. Ai bei tipi in giacca e cravatta.
Non riuscivo a togliermi dalla testa il chiasso, le risa e quello che percepivo come un senso di complicità tra di loro che nasceva dall’essere tutti partecipi in qualcosa di ‘alternativo’.... Per non dire losco....
Comunque sia, era decisamente una festa a cui io non ero stato ancora invitato.

Mi veniva da vomitare. 

‘Quel tipo pensava io stessi cercando del sesso? Oddio, avrà pensato che io fossi una marchetta, da solo, lì nel parcheggio, nell’ombra....’
Brividi di disgusto. 
Cosa sarebbe successo a ‘Marco il primo della classe’, a ‘Marco l’orgoglio di mamma e papà’, a ‘Marco il ragazzo d’oro?’

E adesso?
Lo sentivo scivolare via ed ebbi paura. 
Chi mai amerà questo nuovo Marco?

Sul treno per casa piansi come un vitello.
Ogni fermata che mi riportava vicino a casa, era un lento strisciare all’interno della mia vecchia corazza.

Adesso sapevo che da solo non sarei mai riuscito ad infrangere le barriere e che avrei dovuto aspettare che la vita mi mettesse di fianco un complice.
Non un amante, perchè quelli ti ubriacano e ti fanno perdere l’orientamento, ma un secondo pilota con cui affrontare la mischia, con cui dividere l’eccitazione e le delusioni che ogni avventura riserva. 

Ero di ritorno alla stazione del paesello la mattina presto. C’era già la calura estiva ad offuscare il sorgere del sole, ed io ero a piedi, morto di sonno e di amarezza.
La stazione si trova ad un paio di chilometri dal paese, telefonare a casa mi avrebbe presentato il problema di dover dare delle spiegazioni,  così decisi di svegliare il mio migliore amico, C per farmi venire a prendere. Proprio lui, che in genere dormiva fino alle due del pomeriggio per riprendersi dalla nottata passata in discoteca.

Dopo aver imprecato al telefono per qualche minuto, si rese conto che stavo tentando di soffocare le lacrime e che parlavo con una certa difficoltà.
Mezz’ora dopo era lì, nella sua Golf da maschio etero fighetto, con la stampa del cuscino ancora sulla guancia e l’alito che sapeva di dentifricio. Bellissimo.

Apre lo sportello della macchina e mi fa: “Ma che cazzo è successo? Dov’eri ieri sera?”.
Io salgo in macchina in silenzio e mi accendo una sigaretta, la centesima.
“Allora?” lui incalza.
Inizio a piangere un pianto misto al riso, misto alla voglia di parlare ed esporsi e farla finita, malgrado il nodo in gola che mi rendeva difficile anche deglutire. 

“Andiamo a far colazione va...” lui dice, con un’espressione interrogativa sul viso ed un velo di panico negli occhi.

Prima di allora, C non mi aveva mai visto piangere ed io sentivo quelle ali lottare contro i miei vestiti per spiegarsi in tutta la loro grandezza. 
Incontrollabili come il mio pianto. 

Stavo per lasciarmi andare, stavo per espormi e non mi importava minimamente delle conseguenze.
Pregavo solamente che quelle ali fossero forti abbastanza da impedirmi di precipitare.




QF




Obviously there must be a continuation to the story, because the best is yet to come.
I quoted Bridget Jones in my previous post because I also met my sacrosanct bunch of bastards. 
Just like she did.
Kiss me again...Please...
Of course, in my little village in Italy things were moving slowly, the only people 'obviously gay' were singled out and ridiculed by all and old enough to be my grandparents.

The more I looked around for a similar, and the more I saw nothing.
What these other gay men look like? I mean, there must be an alternative to an octogenarian man who walks around in his mesh vest swinging his hips!
THERE BETTER BE!

I was 19, I had tasted the lips of another guy and now I could not think of anything else.
You know when a vampire tastes human blood for the first time? There I was, dying of thirst, and to make matters worse, I was dying of loneliness.

Innocence is like a long sleep. It is a cocoon that shelters you from the world and from yourself.
It protects you from your animality and your desires.

I had lost this shell and I was thrown out in the open, like a dog kept on a lead for too long, only to find that the warmth I needed, for now, came only from my prison. 
Out there was a void.

I had to put up with all my friends flirting and frolicking. I had to put up with everybody else’s summer while I was locked in winter.
I did not have their freedom.
That endless kiss gave me two beautiful wings, but I was forced to keep them hidden under my coat, with all the awkwardness that nature had provided for my 19 years and the frustration that came from knowing exactly what you want, but being unable to obtain .

Truth without courage is slavery...
You know, getting naked in front of ourselves does not make us  free at all. Sometimes it only makes us realize how much we are prisoners of others. 
This weighed on me, not a little.

Obviously F. had disappeared with all his promises of salvation, and despite all my phone calls to ask to go out together, to ask for an introduction to the parallel world that I dreamed of, the occasion never materialized.
He might have been a hunk, but what a bastard...

So I gritted my teeth and I went to the adventure alone.

Someone told me about a club in Rome called 'Alibi', in Testaccio and one Friday evening I plucked up courage, I told a lie to my parents, took the last train to Rome and went looking for this place.

During the train ride I was making movies in my head, trying to imagine my entrance to the disco, me buying a drink, me dancing, making friends with someone, maybe even exchanging phone numbers. 
A lovely evening. The beginning of my second life full of possibilities.

Oh the memories...
Armed with a map and a lot  of goodwill, I eventually found it. The Roman evening was warm, still, exciting.
The heat of July obscured the stars and the sky through the pine trees  was tinged of the electric orange belonging to the street lighting.

Roman nights.
Dirty, noisy, intoxicating.

There was a long line outside the small, anonymous door of the club. A large parade of colorful characters.
A lot of people. So many hot guys.
I was almost hidden between two cars in the parking lot, with my jeans, tennis shoes and red shirt, I didn’t have the courage to come forward.
To me they all looked beautiful, confident, relaxed.
They came in and out of cars, they called each other, kissing on the street.

I was paralyzed by my feelings of inadequacy.

'Wanna be my friend?"
Then, as the big bad wolf in the fable of Little Red Riding Hood, from within one of the two cars among which I was hiding, a guy rolled down the window and said:

"Hey! Do you want to be my friend?" Touching himself between the legs with a wink.

I think I blushed to the tips of my feet.

So, all polished like the country boy I was, with the map under my arm and my backpack, I ran away. Like the wind.

That night I walked around Trastevere until dawn, until the first train to take me home.

Roman nights..
Long, empty, claustrophobic.

I couldn’t stop thinking about all those people.
The buff boys in their vests. The anorexic trannies in their glamorous dresses. The gentlemen in suits and ties.
I couldn’t get out of my head the noise, the laughter and what I perceived as a sense of complicity between them that arose from them sharing in something 'alternative'.... Not to mention untoward ....
However, it was definitely a party that I had not been invited to yet.

I just wanted to go back home to mum..
I felt sick.

'The guy thought I was looking for sex? Oh, he must have thought I was a hustler, alone, there in the parking lot, in the shadow ....'
Shivering in disgust. 
What would happen to 'Marco the first of the class', to 'Marco, mom and dad's pride', to 'Marco the golden boy?'

I felt him slipping away and I was afraid. Who will love this new Marco?

On the train home I cried like a baby calf.
Each stop taking me back closer to home, it was a slow crawl back inside my old shell.

Now I knew that I could never overcome the barriers on my own and that I needed an accomplice.
Not a lover, because those get you drunk in euphoria and make you lose your direction, but a co-pilot to tackle the fray, with whom to share the excitement and disappointment that any adventure reserve.

I was back at the station of the village early in the morning. There was already the summer heat to suffocate the sunrise, and I was on foot, dead tired and bitter.
The station is located a few kilometers from the town and calling home would present the problem of having to explain, so I decided to wake up my best friend, C to come and get me. He, who usually slept until two in the afternoon.

After cursing on the phone for a few minutes, he realized that I was trying to stifle the tears and speaking with some difficulty.
Half an hour later he was there, in his straight-male-playboy car, with the marks of his cushion still on the cheek and his breath that smelled of toothpaste.

He opened the car door and said: "What the fuck happened? Where were you last night?".
I climbed into the car in silence, lighting a cigarette, the hundredth.


To fly away, but where?


"Well?" He urges.
I start crying tears mixed with laughter, mixed with the desire to speak and come out and be done with it, despite the lump in my throat that made even swallowing difficult.

"Let's go for some breakfast shall we? ..." he said with a quizzical expression on his face and a hint of panic in his eyes.

Before then, he had never seen me crying and I felt those wings fight against my clothes to spread out in all their beauty.
Uncontrollable as my tears. 

Oh the shame of not having control over one's emotions.... 

I was going to let myself go, I was going to come out and I did not care in the slightest about the consequences.
I thought "Fuck it!", but prayed that those wings were strong enough to keep me from falling.




QF