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Sotto alla Corona

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Una mattina di settembre in un paesino di campagna, nel 1950.

“Rita! Lucia! Ma dove andate?” grida la bambina dal pianerottolo scalcinato di casa
“A scuola!!” rispondono le due bimbe per la strada, accompagnate dalle rispettive mamme.
“Dove?” la bambina chiede con un’espressione interrogativa sul viso
“A scuola!!” è la risposta, gridata di ritorno dalle bimbe ormai sparite in cima alla via.
A scuola.
La bambina ha appena cinque anni ed è mia madre.


Mia madre proviene da una di quelle famiglie distrutte dal dopoguerra degli anni ’40. Cinque figli, un padre pastore, una madre assente che passa il tempo a bere e lascia i figli alle amorevoli cure della strada, tanta ignoranza e tanta voglia di tenerezza che non è mai stata soddisfatta.
Non ha avuto il lusso di andare a scuola. Infatti non sapeva neanche cosa fosse la scuola.
Nessuno gliene aveva mai parlato.
Ma lei voleva vedere di cosa si trattasse.
Allora, quel mattino di settembre si è semplicemente accodata alla fila di bambini tutti in grembiulino blu con il colletto bianco chiedendosi dove mai andassero.
Ed era come una processione, come una parata festiva. 
Lei saltellava felice, in mezzo a quell’oceano di boccoli e nastrini.
Saltellava sui suoi piedini nudi. 
Allegra come un passero. 
Magra come la fame.
Altre bambine che lei conosceva pian piano si univano al corteo tutte pettinate ed ordinate per il primo giorno di scuola, e mia madre voleva farne parte. A tutti i costi.
Era ebbra di gioia.
Il paese, diroccato e spezzato dal crollo economico del primo dopoguerra, quella mattina stava rovesciando nelle strade e nelle piazze tutte le sue speranze per un domani migliore, speranze che camminavano con i piedini di innumerevoli bimbi tutti tirati a lucido.
La bambina aveva smesso di pensare alla sua mamma, a dove potesse essere, al perchè non fosse tornata a casa la notte scorsa.
La gola le raschiava ancora per le ore passate sulla porta di casa, al buio, a chissà che ora della notte (ma poi cos’erano le ore?) a gridarne il nome invano.
Adesso la bambina faceva parte della festa. Stava andando a scuola e non stava nella pelle a pensare a quale sorpresa avrebbe fatto alla mamma al suo ritorno.



Così si presentò in questa grossa aula gremita di piccoli.
L’odore del gesso e della lavagna.
La luce slavata di un mattino di metà settembre che fendeva l’aria dai finestroni.
Il rumore di tante piccole sedie trascinate all’unisono ed il chiacchiericcio dei bambini.
Era lì, seduta ad un posto che si era scelta perchè era vicino alla finestra e poteva vedere la fontana della piazza. 
Aveva già in mente il momento in cui avrebbe visto sua madre, mia nonna, arrivare a metà mattinata alla fonte per attingere l’acqua per la casa e le avrebbe gridato dalla finestra “Mà! Sono a scuola!! Hai visto? Sono a scuola!”.
I suoi pensieri vennero disturbati da un bambino che, in piedi al centro dell’aula, non la smetteva di piangere.
Era davvero inconsolabile e nascondeva il visetto col braccio, singhiozzando.
Erano tutti seduti, pronti per l’arrivo del maestro, tutti tranne quel piccolo disperato.
Chissà cosa voleva.
Chissà cosa aveva da strillare a quel modo.
Intanto la piccola si guardava intorno. Ma com’erano belli quei bambini!
I maschietti tutti con la riga da una parte ed il visetto serio e pulito.
Le femminucce coi nastrini tra i capelli ed i riccioli lucidi pettinati dalle mamme zelanti ed orgogliose.
Qualcuno metteva una mela sotto al banco, qualcun altro metteva in tasca un pupazzetto di gesso.
Altri ancora si toglievano i pelucchi dalle maniche del grembiule e rimanevano a guardare il risultato, fieri.
Mia madre si sentiva a casa. 
Aveva le mani un po’ sporche e qualche vistoso buco sui gomiti delle maniche, ma era pronta ad imparare tutto quello che c’era da imparare. Era pronta a far parte di quel bellissimo mondo di libri ed inchiostro, e carta e parole e numeri di gesso sulla lavagna.
In quel momento era piena di fiducia.



Il bambino continuava a piangere.
Il maestro entra in silenzio chiudendosi la porta alle spalle. Posa la cartella sulla cattedra e si avvicina al piccolo ancora in lacrime al centro della stanza.
Il suo volto era severo, ma la sua voce era dolce e rassicurante.
“Cos’hai bambino mio?” il maestro chiede teneramente al piccolo carezzandogli il capo,
“Non ho un posto dove sedermi... Non ce l’ho....” e giù singhiozzi.
La bambina segretamente sghignazzava. 
‘Che piccolo sprovveduto!’ pensava. 
Lei era stata furba ed era arrivata prima di tutti e si era scelta davvero un bel posto! 
“Facciamo l’appello allora e vediamo se forse tu non abbia sbagliato classe...” continua il maestro cercando di consolare il bambino.
“Come ti chiami?” gli chiede
“Paolo... Paolo Coraci....” risponde il piccolo tra le lacrime..
“Ah! Paolo! Eccoti qui! Sei il quinto nella lista!!”
Il maestro proseguì con l’appello segnando via via tutti i presenti.
“Ma.... Che strano.... Ci siete tutti..... Mancasse forse un banchetto?” il maestro si chiedeva, grattandosi la testa con un’espressione interrogativa.
“Siete 42 bambini.... E ci sono.... Vediamo..... Uno, due, tre, quattro......” proseguì  “ci sono 42 banchetti.... Mmhhh.... C’è qualcuno che io non abbia chiamato?”
Mia madre prontamente scatta in piedi, sorridente.
‘Ah! Vieni qui!’ le ordina il maestro 
‘Come ti chiami?’ 
‘Maria....’ mia madre risponde col cuore che le andava a mille
‘Paolo, vai al tuo posto...’ il maestro ordina al bambino ancora scosso dai singhiozzi.



Mia madre era lì in piedi, di fronte a 42 bambini. 
I capelli scarmigliati, il viso sporco, scalza, vestita di stracci.
Si accorse che i bambini in prima fila le guardavano i piedi soffocando il riso.
Il sorriso che le era rimasto stampato in faccia fin’ora era svanito, rimpiazzato da un forte imbarazzo.
Ora si sentiva del tutto fuori posto.
‘Dov’è il tuo quaderno Maria?’ le chiese il maestro dolcemente
‘Non... Non ce l’ho....’ rispose lei
‘E la matita? Quella ce l’hai?’
‘No...’ risponde lei stringendo i pugni.
‘Allora Maria, torna a casa e dì alla mamma che ti comprasse un quadernino ed una matita e domani torni qui a scuola.... Va bene?’ 
Mamma annuì a testa bassa, mortificata, il volto rigato di lacrime. Lacrime silenziose, lacrime di vergogna. 
E di rabbia.
Il maestro chiamò il bidello, perchè scortasse mia madre fuori di scuola.
In mezzo a quel momento di sconfitta però, mentre si accingeva ad uscire dall’aula, una delle bambine in prima fila allunga il braccio e le mette una matita in tasca.
Mia madre scoppia in lacrime e scappa via per il corridoio.
Umiliata.
E così si ritrovò in strada, da sola. Esclusa da quel mondo di cui voleva disperatamente far parte. 
Un mondo di mamme premurose, nastrini tra i capelli e scuola. 
Un mondo dove nessuno le avrebbe guardato i piedi.
Quella fu l’ultima volta che mia madre entrò in una scuola. Non ne parlò mai più.
Aveva cinque anni.
Poco dopo venne mandata a lavorare nei campi.



Mia madre ora ha 65 anni. 
Sa leggere e scrivere, ha una cultura in botanica e giardinaggio da far invidia ed è una delle persone più positive e brillanti che io conosca.
Ha una mente curiosa, attiva, una personalità vivace ed un gran cuore.
Mia madre, in una scatola, nel cassetto del comò, tra fazzoletti e calze di nylon, custodisce una vecchia matita.
Dice che quella matita rappresenta la lotta, la speranza e la voglia di riuscire. È una delle cose più care che lei possegga.
L’unica reliquia del suo passato doloroso.
Una matita.
Non vide mai più la piccola che gliene fece dono, ma ricorda il suo viso come se le fosse rimasto fotografato nell’anima. Come se avesse visto se stessa, o cosa avrebbe potuto essere se solo avesse avuto una matita ed un quaderno quella mattina.
Ogni volta che mi racconta questo episodio riesce a malapena a trattenere le lacrime.
Ed io con lei.
Mamma sei il mio mito e la mia ispirazione.
Ti amo tanto.
Tuo Marco.



40 comments:

Owl said...

Anch'io non riesco a trattenere le lacrime.
Si vede che è una bella persona, per come ha tirato su te.

Anche la mia mamma non è mai potuta andare a scuola. E' un suo grande dolore, ma ha studiato da sola, in questi anni per non sentirsi di nuovo fuori luogo. Anch'io da lei ho imparato molto.

Pentapata said...

...e suo nipote andrà alla scuola più quotata di Londra, camminare scalzi non è stato vano.

valepi said...

io non ci sono riuscita a trattenerle

mi hai fatto piangere

sei grande e se lo sei è anche perchè hai una grande madre

mi hai riempito la giornata di amore

grazie

Nuvole Gialle said...

E' il post più bello che abbia mai letto. Non aggiungo altro per non rovinarlo con banalità. E' tutto lì dentro: il tuo amore, la sua dignità e il riscatto di un'intera generazione.
Siete uno lo specchio dell'altra.
XXX THX

iviaggidimaya said...

hai fatto piangere anche me... ecchecc!!!
che bella cosa quella matita. mammapappa

Lucy Van Saint said...

Guarda... mi hai fatto piangere! Anche mia mamma ha avuto una storia simile. Di anni ne ha 70, è nata in un paesino della Calabria e non ha neanche finito le elementari perchè venne mandata a lavorare. Ma se avesse studiato sarebbe diventata sicuro qualcuno perchè è intelligentissima. Papà lo stesso, riuscì a finire le medie con le scuole serali perchè era orfano e doveva lavorare nei campi. Ma sono orgogliosa di loro, perchè sono persone semplici che mi hanno dato tanti valori. Ti capisco in pieno. Tua mamma è una grande!

The Queen Father said...

Persone semplici con valori solidi... E la dimostrazione che siamo tutti nati per sopravvivere e sbocciare!
Mi piacerebbe tantissimo se voi poteste condividere questo post con i vostri genitori e scoprire quanto questa storia abbia in comune con le loro....
Grazie di essere qui!

TQF x

valepi said...

piacerebbe anche a me trovare il coraggio di condividerlo con loro, e magari con i genitori di mio marito.
I miei genitori hanno avuto la fortuna di prendere entrambi il diploma, mio padre con molta più fatica di mia madre, ma i genitori di mio marito hanno la quinta elementare e hanno lavorato da sempre.
Per quanto problemi possano esserci tra noi, sono orgogliosa del fatto che Princi possa conoscerli e che li ami tanto, perchè so quanta ricchezza possono trasmetterle (io invece non ho conosciuto i miei nonni!!).

Anonymous said...

Stasera lo leggerò ai miei figli. Grazie

The Queen Father said...

Mannooooooo!!! Anonimo ma firmati no? Perché privarmi del piacere di conoscere chi userà un mio post come strumento didattico??? ;0)
Fammi sapere qual'è stata la loro reazione!!

E grazie!

TQFx

The Queen Father said...

@valepi, neanche io ho mai conosciuto i miei nonni, nessuno di loro.... Questo è uno dei miei pochi rimpianti...
Tutt'ora, a 36 anni, chiedo ai miei genitori di raccontarmi le storie della loro infanzia, un'infanzia appena 60 anni dietro l'angolo, eppure lontana anni luce dal nostro mondo di oggi.
Perdere un contatto diretto col passato è come perdere la possibilità di continuare a crescere...

TQF x

valepi said...

si, è vero... mi piace pensare che quello che siamo oggi lo dobbiamo anche alle loro esperienze, a come si sono posti di fronte al mondo, in bene e in male. MI manca poter sentire dalle loro voci le storie che hanno vissuto...

ho provato a scriverne una volta, ma sono troppe le pagine che mi mancano... se ti va http://tantoperche.blogspot.com/2010/10/storie.html

Mia said...

Che bella qeusta storia!!! SPero che un giorno mio figlio possa essere orgoglioso di me come lo sei tu di tua madre!

Chiara said...

Le nostre mamme hanno in comune l'infanzia terribile di chi viveva in campagna negli anni '50. La mia ci racconta sempre di botte, alcol, un pasto ogni due giorni... Lei era bravissima a scuola ma l'hanno fatta bocciare 2 volte perchè a 10 anni non sarebbe stata ancora in grado di lavorare e quando finì le elementari fu mandata in Germania a lavorare... Io e te (e tanti altri) siamo l'esempio di come da questa grande sofferenza siano nati figli bravi, capaci, rispettosi. E quello che sono diventate loro! Mia mamma adesso legge tipo 3 libri a settimana, spende miGLiardi di euro in cibo ("per non avere mai il frigo vuoto") e in vestiti per i nipoti, ha laureato 2 figlie.
Grazie Marco per questa storia (e grazie mamma di Marco per aver prodotto questo gioiellino). Baciuz

marlened. said...

questo post scalda il cuore, tua madre deve essere veramente orgogliosa di te, il modo in cui hai raccontato questa storia lascia trapelare tutto il tuo amore per lei.
grazie per la condivisione

Asa_Ashel said...

Mamma, coetanea della tua, ha avuto la fortuna di frequentare le scuole elmentari anche se allora, vivendo in un piccolo paesino di campagna, tutto era una conquista che si pagava con sangue e sudore. Le levatacce all'alba per arrivare a scuola in tempo facendosi prima chilometri di strada a piedi, quei piccoli piedi spesso pieni di piaghe e ferite perché, nel tentativo di far durare a lungo le misere calzature che avevano, il più del percorso lo si faceva scalzi. E poi i confronti tra chi poteva avere un quaderno nuovo e chi si barcamenava con qualsiasi pezzo di carta disponibile, tra chi, nei giorni di pioggia e di freddo era riparato da ombrelli e cappotti e chi aveva un unico indumento e quello doveva farsi bastare, e quando tentava di ripararsi dalla pioggia durante il percorso sotto qualche capanno di fortuna veniva pure scacciato via senza tanti problemi, il fatto che fossero solo bambini non muoveva a compassione quasi nessuno.
Quegli anni di scuola elementare sono stati quasi la sua unica fortuna, perché poco tempo dopo rimasta orfana di entrambi i genitori e con 3 sorelle più piccole tutto quanto è diventato più duro e più difficile, ma lei non ha mai perso quel bellissimo rapporto che aveva con la matematica e col fare di conto, ed ogni volta che la osservo a riempire pagine e pagine di calcoli e previsioni sui metodi infallibili per vincere i numeri al Lotto mi fa tenerezza perché, anche se non vince niente perchè soldi da buttare al gioco non ne ha, è soddisfatta di vedere che i suoi calcoli statistici funzionano spesso, è uno dei suoi pochi svaghi durante giornate sempre piene di qualcosa da fare, ché quando tutta la tua vita l'hai passata a dover fare qualcosa non riesci più a smettere.
Leggendo il tuo racconto non ho potuto fare a meno di pensare a nonna, la madre di mio padre, che per tutta la vita ha rimpianto di non aver potuto andare a scuola perché quando è arrivato il suo momento le scuole sono state chiuse a causa della Prima Guerra Mondiale. Dopo, quando tutto poco a poco è ricominciato a ripartire lei non aveva più l'età e la sensazione che ha provato è stata quella di aver perso un treno che le avrebbe potuto cambiare la vita. Ha imparato a leggere e a scivere a quarant'anni in un'epoca in cui a quell'età una donna era considerata vecchia e su cui pochi sicuramente avrebbero voluto investire in istruzione. L'ha desiderato con tutte le sue forze e posso solo immaginare quanto faticoso possa essere stato, la mente che non è più una spugna pronta ad assorbere come quando sei bambino, la stanchezza dopo che per tutto il giorno hai sgobbato tra figli, i campi, gli animali da accudire, la casa da governare, i salti mortali per riuscire a procurare un pasto per la famiglia, ecco, in mezzo a tutto questo c'è riuscita. Io conservo come una reliquia un pezzetto di carta di una confezione di zucchero dove lei negli ultimi anni della sua vita ha fatto le prove della sua firma, un giorno in cui avrebbe dovuto apporla in qualche documento importante: le lettere tremolanti a causa dell'età ma chiare, sicure nella loro forma, il suo nome scritto più volte, via via più nitido.
"Io sono vecchia ormai, ma ho ancora tanta voglia di sapere, di capire e di conoscere. Non c'è nessun posto per gli ignoranti in questo mondo, per poter essere liberi bisogna sempre studiare e imparare". Queste sono alcune delle sue parole con cui mi piace ricordarla.

ecco, ho scritto troppo, sorry!

The Queen Father said...

@Asa, qui bisogna inaugurare la rubrica 'Il post nel post di Queen e Asa'... ;0)
Immagino che storie come quella di mia madre siano abbastanza comuni nel vissuto dei nostri genitori.
Quello che mi fa rabbrividire non è tanto l'amara realtà di tante famiglie, di tanti bambini che hanno lottato 'con sangue e sudore' come dici tu, per riuscire ad emergere dall'oscurità del dopoguerra, ma quanto questa realtà sia rimossa ed aliena al mondo a cui siamo abituati oggi.
Non credo che in simili circostanze noi, generazione moderna, sapremmo mostrare altrettanta resilienza e gioia di vivere.
Coosco bambini (non faccio nomi che mi mandano al rogo....), che ad appena 8 anni fanno il broncio quando si scarica la batteria del loro Blackberry....
Triste.

Grazie come sempre del tempo che dedichi alla lettura di queste pagine!
Un bacio forte!

TQFx

marco said...

grazie Marco di questo pezzo, io ho una bambina di quasi 4 anni ed ho visto negli occhi di tua madre gli occhi della mia bimba, e non riesco ancora a trattenere le lacrime...

M di MS said...

Mi hai molto commossa.

Fab said...

Marco, solo grazie, di cuore. Sono realtà così vicine eppure così lontane dalla nostra. Mia nonna mi raccontava che è riuscita a frequentare fino alla terza elementare e si ricordava che tornando da scuola ogni fratellino aveva il suo pezzetto di pane sul quale la mamma strofinava un pezzetto di salame per lasciare almeno un pò di sapore ad ognuno. Che tempi.

Mamma F said...

Mio padre alle elementari dai gesuiti rubava gli stacci cancellini della lavagna per foderarsi le scarpe bucate. Era l'unico a studiare.
E' diventato uno scrittore e un padre splendido.
La vita vince, niente da fare.

Speranza said...

Stampo questo post e lo leggerò ai bambini delle mie classi. Spesso non si rendono conto di quanto sia importante andare a scuola. La maggior parte di loro la odia e io, invece racconto loro dei sacrifici che ho fatto io per diplomarmi: con la perseveranza e l'applicazione anche i "normali" possono farcela. Spesso i superdotati si perdono per strada.
Grazie per quello che scrivi.

Silvietta said...

commossa.
grazie. davvero.
silvietta

Amedeo said...

Qualunque cosa dicessi sarebbe banale.
Ti ringrazio di aver condiviso con noi, proverò a continuare la tua storia nei cuori dei miei amici - subito subito una bella mail a tutti!

Concedimi l'autocitazione, ma credo che fare rete sia proprio questo:
http://mentemiscellanea.blogspot.com/2011/07/la-cultura-negli-occhi.html

Ti abbraccio forte

Brunhilde said...

Una storia commovente e crudele allo stesso tempo. Mio padre è stato un po' più fortunato, ma anche lui dovette interrompere presto gli studi per lavorare ed aiutare la famiglia.
Auguro a mio figlio di esserne consapevole e riconoscente, un giorno.

SuSter said...

Che bella storia! e tu la racconti stupendamente! (altro che libro cuore!)
felice di averti trovato.

luciebasta said...

Che bello questo post, la forza dei nostri vecchi non dovrebbe andare persa. Radici e ali.

Giangi said...

La mia compagna ieri serra ha letto il tuo racconto ai nostri 3 bimbi che volevano sentire una storia prima di addormentarsi. È una magnifica fiaba a cui solo la vita poteva dare un lietofine così. Grazie, Gianluca

The Queen Father said...

@Gianluca, sono davvero commosso. Infatti mi trema il labbro inferiore mentre scrivo.
Sembro un coniglio.
Commenti come il tuo sono il carburante di cui ho bisogno!! Un fortissimo abbraccio a te ed a tutta la famiglia!
Grazie di esser passato da queste parti!

TQF

Eleanor Rigby said...

E' una delle cose più belle che abbia mai letto.
Chiamarla cosa non vuole essere riduttivo, mi parrebbe riduttivo chiamarlo "post".
Fortunato tu ad avere quella mamma e fortunata quella mamma ad avere te.

Amammuzza said...

Ho trattenuto le lacrime a mala pena...

Scopro oggi il tuo blog. Mi piace come scrivi e cio' che scrivi. Tornero'!! Ehm...non e' una minaccia!

Ciau

Palmy said...

Insegno in una scuola media di paese dove non è impossibile anche oggi venire in contatto con qualche famiglia disastrata che non può comprare il materiale didattico ai figli e che non si interessa neanche di far frequentare la scuola ai figli...
da insegnante leggendo il tuo racconto credo che il maestro avrebbe potuto darli lui il quadernino e la matita alla nuova arrivata! In una scuola davvero in condizioni pietose dove ho insegnato anni fa (ti dico solo che è ubicata in una ex caserma dei carabinieri con tanto di celle ancora chiuse con le sbarre) ho comprato diversi quadernoni pur di fare lezione dignitosamente...

Castagna said...

...

Mi hai tramortita.

Sono qui che lacrimo, e sai cosa mi chiedo? Dov'è adesso la bambina che ha dato la matita a tua madre. Se la vita le ha sorriso, o l'ha indurita, se ha continuato a condividere le sue matite con gli altri. Lavorando in mezzo ai ragazzini vedo dei gesti così dolci, a volte, che tolgono il fiato. Spero sempre che la vita non li guasti.

Tua madre è meravigliosa, vorrei conoscerla.

Bietolina said...

ecco piango.... <3

Antonella said...

mi sono commossa. Sai toccare il cuore con la tua grande sensibilità che esce dall'anima e arriva alla tastiera del computer.
Domani il mio bambino si ricovera, spero per nulla di grave e per qualche minuto mi hai distratta.
Grazie.
E grazie a nonna Mimì, donna forte, coraggiosa e piena d'amore che ha saputo crescerti così bene. La prova, se ce ne fosse mai bisogno, che i soldi e i titoli di studio non fanno di una persona una signora. O una regina.

MarinaM said...

mia madre se ne è andata l'anno scorso, vorrei averle dedicato un racconto come questo. e averle fatto capire quanto le volevo bene. scusa non riesco a dire altro.

Anonymous said...

uno dei post più belli che abbia mai letto. c'è così tanta fierezza nella storia di tua mamma. ed è una storia così vicina a quella dei miei nonni e genitori... anche io vengo da un paesino nella provincia di roma, e la storia che racconti tu è la storia che hanno raccontato a me. :) un bacio alla tua mamma e a tutte quelle con la forza, l'ottimismo e il sole negli occhi come lei. fricci

Anonymous said...

e non ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati,noi e i nsotri figli, sempre pronti a lamentarci e a desiderare di più.......
Valentina

Alexjs83 said...

Bellissimo...perché l'ha mandata via?
Da insegnante non so spiegarmelo...

Alexjs83 said...

Bellissimo...perché l'ha mandata via?
Da insegnante non so spiegarmelo...