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Sotto alla Corona

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Sapete quando il sole vi rotola sul letto la mattina e vi svegliate col sorriso?

Beh, stamattina ho caricato il pargolo ed entrambe i nonni sul mio 500 e siamo andati ad Holland Park a dar da mangiare agli scoiattoli.





Badate, qui gli scoiattoli non hanno paura di niente e se non stai attento ti ritrovi circondato da una masnada di batuffoli grigi e incazzati che hai finito tutte le nocciole quando loro ne vogliono ancora.
Una mattinata splendida: fredda da mozzarti il fiato, ma limpida e luminosa.
Al ritorno dalla nostra passeggiata avevamo tutti le pezze rosse sulle guance che neanche una contadina Ukraina alcolizzata.
Mi piace l'atmosfera immobile di un giardino in inverno, l'odore della terra bagnata e la luce orizzontale di dicembre.
Mi dà un senso di pace. Di vuoto.
Però stamattina qualcosa ha catturato la mia attenzione, così per caso, mentre passeggiavamo sotto i rami ossuti del parco.
Un uccellino morto. 


Lí, appena distinguibile dal sottobosco. Gabriel lo indicava tutto eccitato, ma fortunatamente, il fatto che per ora ha la stessa capacità di concentrazione di un pesce rosso con l' Alzheimer ha fatto sí che la sua attenzione venisse catturata da nonna ed dai suoi 'richiami' per attirare i pavoni.
Vabbè, una matta.
In mezzo a quel momento di ilarità però, istantaneamente mi son ritrovato catapultato indietro nel tempo e la memoria mi ha regalato la storia che voglio raccontarvi.

Quando ero un bambino di sei o sette anni, periodicamente portavo a casa animaletti indifesi che trovavo per strada... In particolare uccellini caduti dal nido di cui mi ostinavo a voler prendermi cura....
Mi ricordo di un passerotto che avevo battezzato Francesco, non più grande di una noce, con tutte le piume marroncine, eppure troppo piccolo per volare e con una zampetta spezzata.... 
Lo chiamai Francesco proprio pensando a S.Francesco D'Assisi ed a come mi venne descritto 'povero, umile e felice come un passero', non ricordo da chi. 
Gran bella descrizione di un'anima buona.


Lo trovai per strada, mentre camminavo verso la scuola. Dovetti litigarmelo con mio cugino, più grande di me di tre anni, ma finí col passare la mattinata nella tasca del mio grembiulino blu.
Zitto zitto. 
Piccolo piccolo. 
Accovacciato su un fazzolettino di cotone appallottolato... 
Era il mio piccolo tesoro.
Lo portai a casa con un grande sorriso e la certezza che un giorno lo avrei fatto volare e che saremmo rimasti insieme.
Gli avrei potuto insegnare a seguirmi a scuola ed a seguire la lezione dal davanzale di una finestra.... Ingenuo che ero, ma ci credevo!
Mia madre, con la dolcezza che solo lei possiede, mi disse da subito "Marco, guarda, ha una zampetta rotta, non potrà mai imparare a volare, è inutile che lo tieni qui, in questa tazza piena d'ovatta e che lo tieni al caldo e che lo imbocchi con molliche di pane... Dio ha scelto il suo destino e forse lo rivuole in paradiso...".


Bah, vai a spiegare Dio ad un bambino addolorato.
Dio non avrebbe avuto il mio Francesco. Doveva scegliersi un altro uccellino. 
Francesco era MIO.
Lacrime di protesta funzionarono ad azzittire la verità di mia madre, ma dentro sapevo che aveva ragione ed ebbi paura, poi la mia paura si trasformò in rassegnazione e la rassegnazione in rabbia. 
Intanto il passerotto mi guardava coi suoi occhietti neri e luccicanti, spalancando il becco sproporzionatamente grande ogniqualvolta io avvicinassi il dito per accarezzarlo.
Francesco è stato il mio primo contatto col dolore, quel senso di freddo che parte da dentro e ti fa tremare tutto....
Allora smisi di dargli da mangiare, per mettere fine alla sua sofferenza, ma mi ostinavo a tenere il gatto alla larga come a volerlo tenere in vita, o forse avevo deciso che il mio piccolo amico meritava una morte più dignitosa...
E di notte, quando giacevo nel letto con gli occhi pieni di lacrime, il mio passerotto strillava dalla cucina, strillava nella notte, la voce della più piccola creatura che non voleva morire. 
Mi ricordo ancora il senso di sorpresa che provai nella determinazione e nella forza della voce di questo animaletto cosi' indifeso, e come gli strilli mi laceravano dentro.... Eppure non ne volevo sapere di lasciarlo andare e mi guardavo bene dal mostrare a mia madre come ci stessi soffrendo.



E poi lasciarlo andare come? Forse per strada come lo avevo trovato?
Ero schiacciato tra l'inevitabile destino del passerotto, l'impossibilità di uscirne illeso e la consapevolezza di dover tenere la bocca chiusa per paura di vedermelo togliere (a fin di bene) da mia madre. 
Francesco stava morendo e stava facendo a pezzi anche me. Maledissi la mattina in cui lo trovai. Chiesi invano a mio cugino se magari lo volesse. 
Io non lo volevo più. 
Dovevo sbarazzarmene prima che morisse. 
Ero terrorizzato da come mi sarei potuto sentire.

Mi ricordo come pregavo perché lui smettesse di lottare, perché si rassegnasse a morire.
E ricordo i miei sensi di colpa, per la mia crudeltà e per la mia debolezza.
Tutti i miei amichetti sapevano cosa stava succedendo nella mia cucina, eppure si aspettavano che io mi comportassi come niente fosse ed uscissi a giocare.
Ma io stavo vivendo una tragedia nel mio piccolo mondo di bambino.


Non so bene cosa sia successo, cosa gli sia accaduto, (mamma non ricorda) so solo che una mattina non l'ho più trovato. 
Sul tavolo vicino al camino c'era solo la tazza vuota piena di ovatta.
"Gesú se lo è venuto a prendere", fu la spiegazione di mia madre. 
Piansi per giorni per quel cosino piccolo piccolo che aveva lasciato un vuoto che posso ancora sentire. 
Era il vuoto di mani che avevano fallito nel prendersi cura di un indifeso, che avevano tradito la sua fiducia e che lo avevano ributtato tra le pale metalliche del destino.
A volte ci penso e lo stesso dolore mi assale, e se chiudo gli occhi, posso ancora sentire il mio Francesco strillare, strillare con tutto il fiato che ha in gola "Non lasciarmi morire, non lasciarmi morire..." e con le sue grida ormai lontane, il bambino che è in me continua a piangere.



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10 comments:

Laura said...

Bellissimo....

seya said...

U.U..Adoro Holland Park! E' così tranquillo!
Bellissima la foto!


Seya

mammapappa said...

mi hai evocato tante cose... i bambini a volte sono dei carnefici e lo diventano quando sperimentano la morte di qualche piccolo animale. Il dolore e la curiosità per questo mondo sconosciuto. L'innocenza che viene soppiantata dalla morbosità.
Anch'io ricordo come se fosse ieri le grida di un mio pulcino che si diperava perchè rimasto solo (l'altro mangiato da un gatto) e ricordo la nottata con le urla nella mia testa che non andavano via.

Biancume said...

Solo da un bambino incredibilmente sensibile poteva venir fuori un uomo così bello

Odile O.M. said...

quando fai il serio, mi commuovi sempre.
Penso che sia una tappa della crescita l'uccellino dall'ala o la zampetta spezzata.
Una tappa importante, la prima in cui ci sentiamo responsabili per qualcuno, anche se si sa gia' la fine che farà l'uccellino..

Holland Park l'ho amato.
E ricordo benissimo gli scoiattoli che descrivi tu. Londra è sempre qui nel cuore e nel naso.

The Queen Father said...

È incredibile come si possa reagire ad una cosa tanto terribile quanto la morte. Soprattutto mi rendo conto di quanto io fossi simile a quell'uccellino. Lui che si attaccava con tutte le sue forze alla vita, ed io che mi attaccavo con tutte le mie alla voglia di non soffrire.
Il meccanismo di autodifesa che ti fa rifiutare tutto e respingere tutto, anche le grida di un indifeso.
La paura di essere triste e di provare dolore. Sapete che anche oggi, a 36 anni mi RIFIUTO di vedere film che so che mi commuoveranno?
La mia classifica dei tre film che non vedrò mai più in vita mia? Eccola:
1- La Vita è Bella (ho pianto per quasi due giorni)
2- Meet Joe Black (e pensavo che la vista di Brad Pitt mi conciliasse altri pensieri, ma no invece. Rimane uno dei film più letali per la mia psiche)
3- King Kong ( e qui il dibattito sulla mia sanità mentale si può aprire. Ma vedere quel gorilla morire alla fine mi ha spaccato in due. Ricordo che eravamo al cinema coi miei, e mamma che continuava a dirmi 'ma tesoro, non è mica una scimmia vera sai?' e io inconsolabile...).

LadeaKalì said...

Ciao, ti ho letto qualche volta ma non ho mai commentato finora. Ma questo post mi ha smosso qualcosa dentro, ricordi dolorosi di anni fa che ancora fatico a fronteggiare. Sai quel "sentirsi terrorizzato da come mi sarei potuto sentire", quel "vuoto di mani che hanno fallito nel prendersi cura di un essere indifeso" sono paure che hanno anche molti adulti....
Incantevoli le foto così come le parole...
Grazie
LadeaKalì

Antonella said...

Se posso dirti la mia, io non la vedo come la vedi tu o come la vedevi da bambino. Io ho un cane e so che purtroppo presto, troppo presto, arriverà il giorno in cui lo dovremo salutare. La cosa più brutta che si possa fare è lasciar morire qualcuno da solo o con degli sconosciuti (medici o veterinari che siano). L'unica cosa che possiamo fare per i nostri cari, animali e non, e tenergli la zampina nell'ora più difficile, nel momento della loro vita in cui più hanno bisogno di noi. E' normale, è la natura, è la vita. Sei stato forte a non voler abbandonare il tuo piccolo amico, non hai fallito, anzi! Hai dato una casa e un lettuccio caldo ad un piccolino che altrimenti sarebbe morto da solo e al freddo.

Fab said...

Uff peró che tristezza a volte la vita, anche io mal sopporto di veder morire queste piccole creature e purtroppo mi è capitato qualche volta ed è sempre una morsa allo stomaco.
Tra i miei film più commoventi ci sono Kramer contro Kramer e I ponti di Madison County. Nn so se conosci ma io puntualmente piango da star male. La vita è bella, beh, è IL film.

Mo' said...

Ho scoperto il tuo blog grazie a Machedavvero che ti aveva citato in un post e l'ho letto praticamente tutto! Scrivi benissimo!