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Sotto alla Corona

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Un paio di posts fa parlavo del fatto che io creda al soprannaturale.
Credo in una dimensione in cui chi non è più con noi continua a vivere una vita simile a quella terrena, ma con il bonus aggiunto di poter ancora ficcanasare nelle nostre vite, guidandoci ed proteggendoci affinché le cose vadano per il verso giusto (se trattasi di persona cara e rimpianta) o trascinandoci dai nostri letti nel mezzo della notte per riempirci di mazzate (se invece si tratta di un morammazzato per la cui morte avete festeggiato con tutto il condominio... VERGOGNA!).







Qualche anno fa , nel 2003, abbiamo affrontato la perdita della mamma di Steven. Marlene non ha avuto il lusso di una morte istantanea ed indolore. La malattia si era protratta per mesi ed alla fine è stato come se il corpo avesse deciso di smettere di combattere, esausto.
Sono stati momenti terribili, per lui, per me, per noi come coppia. La perdita di un amore così assoluto come quello di una madre ci aveva spinto alla quasi separazione. Steven non riusciva a trovare conforto in niente, perché niente poteva riempire la voragine di dolore che gli si era aperta dentro e che lui riusciva a mala pena a sfuggire buttandosi a capofitto nel lavoro dopo appena una settimana dal funerale.

Mi parlava in lacrime del freddo che sentiva venirgli da dentro, un freddo che non conosce fuoco, o abbraccio, o amplesso amoroso.
Una parte della sua anima era morta insieme a sua madre e non c’era nulla che io potessi fare per trattenerla, per riscaldarla e riportarla alla vita.
Siamo comunque riusciti a superare quel difficilissimo momento, ed è verissimo quando dicono che quello che non ti distrugge ti rafforza.



Negli anni a seguire la scomparsa di mia suocera, ci sono state occasioni in cui in casa abbiamo avvertito la sua presenza (particolarmente appena dopo sposati): luci che si accendono e spengono da sole, (anche ripetutamente su richiesta), il volume dello stereo che impenna improvvisamente e ritorna ai livelli normali solo quando suonano certe canzoni, le improvvise zaffate del profumo che indossava lei, così, dal nulla, ma cosí intense da lasciarti in lacrime.

Insomma, ci siamo accomodati sul fatto che Marlene è ancora tra di noi, ed un po’ per l’evidenza, un po’ perché ci piace credere che sia così, ogni tanto le parliamo a voce alta, come a voler farla partecipe di quello che succede. Specialmente io, che le parlo solo in italiano dal momento che nell’aldilà capiscono tutte le lingue (io lo spero, sennò immaginate che sòla e che palle che ‘sta poraccia si deve fà ogni volta che attacco la pippa...):
“Ma io dico, un figlio con un po’ più di cervello non lo potevi fare?”
“Senti, stanotte non mi venire a tirare i piedi che quella strillata lui se la meritava e basta!”
“Guarda che se non impara a raccogliersi i calzini dal pavimento poi dico a tutti che lo hai viziato capito? E i calzini li brucio.”
“Lo dovevi massacrà di legnate da piccolo!!” 
“Guarda che bel  nipotino che hai... Scommetto che ti sembra di rivedere Steven da piccolo.... C’ ha la stessa capoccia di tufo...”.



E così via. Tutto in tono bonario ovviamente, non sia mai che mi venisse davvero a buttare dal letto di notte, magari quando Steven viaggia e sono da solo... No no dai....
Insomma, un po’ per gioco un po’ per amore, ecco quello che succede.
Ma ultimamente ci siamo dovuti ricredere ed ammettere che forse è tutto più reale di quanto non pensassimo.
È successo la prima volta un mesetto fa.
Eravamo al cimitero, armati di secchio d’acqua saponata, fiori freschi, spugna e tanta buona volontà.
La luce trasversale di settembre era a dir poco spettacolare tra i vecchi alberi e le lapidi diroccate.
Una folla silenziosa di angeli di pietra dal viso slavato dalla pioggia, con le ali già smangiate di verderame ed il muschio sui piedi.
Nel giro di mezz’ora il granito nero della lapide era pulito e lucido che ti ci potevi specchiare.
Noi non abbiamo ancora affrontato il discorso ‘morte’ con Gabriel. Ovviamente è ancora troppo piccolo anche per far domande a riguardo. 
Semplicemente andiamo al cimitero, facciamo quel che dobbiamo fare mentre G scorrazza tra le lapidi e indica ogni angelo di marmo dicendo ‘Cucù! Cucù!’ (che è il verso che fanno le tortore nel giardino di nonna, quindi l’associazione angelo/pennuto/cucù è pressochè automatica per lui...).





Quel pomeriggio però, al momento di rientrare in macchina, parcheggiata a cinque minuti dalla tomba, G non ne voleva sapere di entrare e sedersi al suo posto.
Voleva invece tornare sulla tomba di Nanny Marlene.
“Amore, ma ci siamo appena stati.... Hai visto che bei fiori che abbiamo lasciato?”
Non c’erano santi. Dovemmo tornare sulla tomba dove scoprimmo, con nostro sommo stupore, che il vaso di fiori era stato rovesciato (dal vento senza dubbio...) e che Gabriel voleva che lo vedessimo.
Indicava il vaso tutto soddisfatto “Eh... Eh...” intimandoci di fare qualcosa.
Ma come faceva lui a sapere che il vaso si era rovesciato?
Il bello venne al momento di andarsene. 
Avevamo fatto forse 50 metri e G di botto si gira verso la tomba in lontananza e fa “Bye bye!” con tanto di manina e sorriso.





Steven aveva gli occhi pieni di lacrime.
Raccolse Gabriel in un grande abbraccio e gli coprì il visetto di baci. Io avevo il cuore in gola e lo sentivo battere quasi come se volesse schizzarmi fuori dalla bocca.
Non ne parlammo per niente, né in macchina, né a casa, ma da quel pomeriggio, G non va a dormire se non dà prima un bacetto alla foto di Nanny Marlene che ha in cameretta.
Giusto la scorsa settimana per gioco gli chiesi
“Amore ma chi è questa signora?” lui mi sorride e abbassa gli occhi
“È Nanny Marlene! È vero?” lui annuisce con la testa con entusiasmo
“Ma dov’è Nanny Marlene?” e Gabriel indica il fondo del letto.
Non gli ho chiesto più niente e da allora evito di fare lo smargiasso con lei in italiano.
Non si sa mai.

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