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Sotto alla Corona

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"Caro Joseph,

Ho appreso giusto ieri la notizia della tua decisione di lasciare la sede pontificia e dimetterti dal tuo incarico.
Non è ancora ben chiaro se siano motivi di salute o qualche cospirazione dal retrogusto Maya che ci vedrà estinti come i dinosauri prima di Pasqua.
Non mi interessa. 
Volevo solo chiarire l'aria tra di noi, dal momento che il nostro rapporto non è mai stato molto salutare per me. Mi scuso per le smarronate che ho postato sui vari social media a tuo discapito, per amore della risata da trenta denari, chi mi conosce bene può confermare che io non sono una persona cattiva. Magari un po' egocentrico e vanitoso, ma mai cattivo.
Sai, grazie ad una mia amica, una persona di una certa intelligenza che, oltre alla mia stima, ha un rapporto molto piú salutare con la Chiesa del mio, mi sono ritrovato a farmi delle domande. Mi ha chiesto infatti, cosí su due piedi, perché io non mi faccia sbattezzare e con me mio figlio. 
Sí, mio figlio è stato battezzato a Londra, nella chiesa cattolica romana di St Peter in Holborn e c'eravamo tutti. 
Io e mio marito lo tenevamo in braccio di fronte alla fonte battesimale mentre Padre Carmelo gli versava l'acqua sulla testolina. Non ha neppure pianto, dal momento che Padre Carmelo aveva intiepidito l'acqua santa nel microonde.
È stato bellissimo, è stato come un abbraccio.
Dicevo, mi è stata chiesta coerenza, e con ragione.



Mattinata da infarto, un altro, qui in casa Queen Father.
Alzo il Tappo alle 7.00 per le grandi manovre da mattinata scolastica (che detta così vi farebbe pensare che vada a lezione di trigonometria... Invece è solo l'asilo... Ma tocca alzarsi comunque).
Maritone ha una visita importantissima dal cardiologo, l'unico che siamo riusciti a trovare che parli un inglese intellegibile.
Saremo snob, ma capire bene se stai per morire o se vivrai fino a tarda età è un po' importante, e lo vogliamo sentire nella nostra lingua.
Quindi siamo tutti e tre nel bagno grande, di fronte allo specchio.
Chi con uno spazzolino in bocca, chi con un pezzo di brioche alla marmellata in mano e chi con una lente a contatto che ha deciso di schizzare dietro l'occhio ed appiccicarsi sul cervello.
Sí, sono io.
"I want Daddy to dress me..."
"Amore, Daddy va di fretta che ha un appuntamento col dottore e poi un treno per Londra... ODDIO 'STA LENTE MI STA A AMMAZZÀ STAMATTINA!"
"NO, I want Daddy..."
"Mangia almeno la brioche dai.... "
"NO Daddy..."
"Amore, Daddy non si mangia..."
"DAAADDY!"
"Dov'è la brioche?"


Uno dice "Dai, manda il bimbo a scuola che così si confronta con i suoi coetanei.... È importante!", e tu lí ad annuire, posponendo in cuor tuo la fatidica data.
Quello che nessuno però evidenzia è l'altro confronto, non meno importante.
Quello che si fa tra genitori.
No perché io mi piango addosso e mi lamento perché il Tappo mi dà filo da torcere, o magari perché i parigini mi danno filo da torcere, o magari perché i vicini di casa mi danno filo da torcere.
Una filanda io proprio. 
Poi ti rendi conto di quanto comune la tua situazione possa essere, specialmente tra famiglie di expats che, tra le cose che devono fare ogni giorno, devono pure cercare di non affondare in questa città.
E ce la mettono tutta.
Come questa mamma texana con cui ho fatto amicizia, che non parla una parola intellegibile di francese manco a cavargliela a selciate, ma ci prova 
"No no! Ti prego, fammi parlare in francese che ne ho bisogno..." insiste
"Ho capito tesò, ma io dovrò pure capí cosa mi stai dicendo... Sennò parli da sola."
"Sai, il mio problema è la pronuncia... La mia insegnante mi ha detto che ho il palato molto profondo."
Ecco, scommetto che l'insegnante è parigina, ti schifa in quanto americana e culturalmente inferiore, e sostiene che il francese può esser parlato correttamente solo da chi annovera tra gli antenati almeno una vittima della ghigliottina ed è dotato del palato perfetto, nonché abitante 'intra muros', dal momento che la banlieue è tutta una favela.