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Sotto alla Corona

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Ieri mi sono trovato a commentare il post di una mamma americana alle prese con la ormai vetusta battaglia tra chi allatta al seno e lo fa in ogni dove e chi invece non ne vuole sapere di vedere tette in giro e punta il dito.
Vabbè, l'ho semplificata, ma avete capito.
Non ho mai avuto problemi del genere, dal momento che, in quanto maschio, la natura non mi ha dotato di ghiandole mammarie atte all'approvvigionamento caseario degli infanti, ed il mio è cresciuto benissimo con il biberon, ma posso immaginare il giramento di culo che in tante provano quando, nel bel mezzo di una poppata soddisfacente per mamma e bebè, ti arriva il tipo che ti chiede:
a) Di coprirti
b) Di andartene
c) Di farglielo assaggiare

Fuori diluvia e tira un vento fortissimo.
 Dicono che una tempesta stia per abbattersi sull'Inghilterra.
Sto aspettando al cancello della scuola che mio figlio esca.
Non so quando sia stato l'ultimo giorno di scuola dei vostri figli.
O l'ultimo letto caldo in cui abbiano dormito.
Non vedo l'ora di tornare a casa, prima che inizi la bufera, accendere un po' i termosifoni, indossare qualcosa di comodo e fare merenda con lui davanti ai cartoni animati mentre fuori si fa buio.
Mio marito è ancora lontano per lavoro.
Siamo di nuovo soli.

Non so quando sia stato l'ultimo giorno che voi abbiate lavorato, o l'ultima volta che abbiate mangiato intorno al tavolo di casa. 
Adesso siete senza terra. Gente al vento.
Non ne parlo mai, ma contemplo ogni giorno quello che in 20 anni questo paese mi ha permesso di fare della mia vita, quello che mi ha permesso di costruire.
Impensabile nel mio paese d'origine. Mi sento fortunato e pieno di gratitudine.
Alla TV ancora ci bombardano con le ultime notizie sulla strage di Parigi.
Non so quando sia stata l'ultima volta che avete seguito un telegiornale in TV, o l'ultima volta che vi siete seduti davanti alla TV con i vostri figli. Adesso riempite ogni pagina di giornale, ma forse non li leggete più. 
Quello che in me, due giorni fa, urlava, oggi non ha più voce.
È come se fossi pieno di ovatta e le grida da dentro venissero soffocate.
Sarà che il tempo sbiadisce anche il colore del sangue.
Sarà che niente ci fa più effetto a lungo.


Lo scorso weekend ci è toccato Bertie, l'orsacchiotto che va in giro per la scuola, casa per casa, weekend dopo weekend, e si fa le foto, si insinua nelle famiglie e puzza da morire, dal momento che gira da mesi ed ha un diario che manco Obama.
Proprio il contatto con questo rancido animale, mi ha fatto venire in mente una cosa che volevo scrivere tempo fa.
Vaccini sí, vaccini no.
Il movimento anti-vaccinazione in generale è composto da una varietà di individui che vanno dagli ex medici (che dovrebbero essere più coscienziosi in quello che dicono), alle semi-celebrità che non hanno alcuna formazione medica, ai teorici della cospirazione anti-governativa che diffidano di tutto ciò che il governo dice o cerca di applicare.
Tutti questi si aggrappano all'errata convinzione che l'autismo sia causato dai vaccini per l'infanzia, quando l'evidenza finora raccolta parla di cause genetiche. In poche parole un vaccino può provocare autismo quanto può cambiare il colore degli occhi di un paziente.
La maggior parte dei devoti anti-vaccinazione sostiene che il composto Thimerosal ha portato ad un aumento dei casi di autismo. 
Il vaccino contro il morbillo/parotite/rosolia è loro bersaglio preferito. 
Quando proprio devi fotografarti i piedi, assicurati che ne valga la pena.
Cioè, da non credere che l'ultimo mio post risale all'8 di agosto, quando ero ancora a Roma a caccia

di cicale...
La mia vergogna infinita.
Perdono!
Volevo raccontarvi un po' (in un post che promette di essere il quarto libro de Il Signore Degli Anelli), la mia vacanza agostana alle Maldive, la prima vacanza che ci concediamo in 6 anni!
Siamo partiti con volo Emirates da Heathrow con direzione Dubai per lo scalo.
L'aereo era quello grande a due piani, l'Airbus AA380, che insieme ai tradizionali comforts presenti a bordo, vanta un'area bar dove vengono serviti cocktails e stuzzichini per tutto il viaggio, bagni extra large completi di doccia e la collezione di films, videogiochi, musica e programmi più vasta esistente a bordo di un aereo.
Diciamo che c'è abbastanza da fare a bordo per tener occupato un seienne iperattivo come il mio.
Scalo a Dubai per appena un'ora, poi volo Dubai-Malé di circa tre ore.
Ti passa in un attimo.
Carinissima la cabina dell'aereo che, una volta spente le luci per permettere ai passeggeri di riposare, ha un vero e proprio cielo stellato sulla volta!
Sognavo di poter vedere le Maldive dall'alto grazie alle telecamere esterne installate in vari punti del velivolo.
Avete presente?
Le isole sembrano delle enormi uova al tegamino in cui il tuorlo è verde, a friggere in un'enorme padella azzurra!
La mia poesia infinita!
Invece nulla.
Siamo atterrati nel mezzo di una pioggia monsonica, fittissima, grigia e bollente.
Il purgatorio.
"DITEMI CHE NON SIAMO SCAPPATI DA LONDRA PER QUESTO!"
Oggi mi voglio togliere un altro sorcio dal sedere.
Allora, avete presente la storia dell'omofobia come aggravante di un crimine?
Avete presente le argomentazioni dei contrari?
"Un crimine è un crimine, non debbono esistere distinguo!"
"La violenza è violenza! Bisogna punire questa, non le motivazioni che sono sempre tutte sbagliate!"
Ecco.
Adesso cerco di spiegarvi io perché l'omofobia, come pure il razzismo, è un'aggravante di ogni crimine.
Se Fausto e Anna si lasciano e Fausto, dopo qualche giorno, scopre che Anna si è già fatta tatuare sulle chiappe il nome del nuovo moroso e la aspetta sotto casa e la sdraia di mazzate, è un delitto passionale. Se Fausto poi va a cercare l'altro moroso e lo schiatta di cazzotti, è un delitto passionale.
Sono due atrocità, ma circoscritte ad una particolare situazione: lei mi lascia per un altro e io faccio un casino.
Attenzione, non sto minimizzando questi casi, solo cercando di mostrarvi le differenze con quello che è successo a Genova (il tipo massacrato di botte da un gruppo di trogloditi che pensavano fosse gay).
Quando tu ti senti autorizzato ad aggredire un'altra persona perché gay, presunta tale, oppure perché nera, ebrea, a pallini eccetera, automaticamente trasformi tutta la sua categoria in potenziali vittime, anche se in quel momento si tratta solo di chi ti è capitato a tiro.
Non sei solo un criminale, sei una mina vagante.


Sí, perché non si tratta più di Fausto ed Anna e delle loro deformi dinamiche personali, non si tratta più della criminale ed efferata retribuzione ad uno sgarbo ricevuto a livello personale.
Si tratta di aggredire qualcuno per quello che è, e di conseguenza potenzialmente aggredire ogni altra persona che si trovi nella stessa situazione di gaiezza, nerezza o ebraicità (licenza poetica, ça va sans dire...).
Mi capite?
Un crimine motivato dall'odio razziale od omofobico DEVE per forza essere trattato come peggiore, per via di cosa rappresenta: l'odio verso tutta una categoria di persone.
Mentre Fausto ha soddisfatto la sua rabbia contro l'individuo che, secondo la sua logica da paranoico instabile, gli ha fatto uno sgarbo, rimanendo comunque circoscritto alle sue circostanze personali, quei quattro individui a Genova hanno sferrato un attacco la cui vittima ha fatto l'unico errore di essere al posto sbagliato al momento sbagliato.
Potevo essere io.
Poteva essere qualsiasi altro omosessuale (o presunto tale).
Non si tratta di retribuire un affronto ricevuto a livello personale, ma di reprimere con la violenza un'intera categoria, una persona alla volta.
Credo ci sia una grossa differenza.
Ma si sa, alcune delle cose che abbiamo difficoltà a vedere sono troppo piccole, altre invece sono troppo grandi.
Le ramificazioni dell'odio omofobico e razziale sono proprio tra queste ultime e purtroppo si prende sempre sotto gamba il fatto che certi crimini mettano radici e diano frutti.
Frutti marci, marci di quel marciume che spesso fa dell'ignoranza una sottocultura, di una sottocultura un movimento, di un movimento un partito politico e di quest'ultimo una rovina per intere generazioni.

Ditelo a Giovanardi.

Grazie.

TQF xx



Due giorni fa, un pomeriggio estivo come tanti: la spiaggia bollente e sonnacchiosa, un nugolo dibambini di varie età a far casino sul bagnasciuga in vari stati di 'panatura di sabbia', una platea di genitori spossati dal caldo e dalle abbondanti porzioni di insalata di riso mangiate sotto l'ombrellone.

Niente di anomalo.
Anzi, il primo pomeriggio al mare è proprio l'ora che preferisco, trovo quasi confortante e rassicurante l'aria di indolenza e pacifica mollezza che assale tutti i bagnanti dopo il pranzo.
'Siamo tutti svaccati e va bene così!'
Tra le tante persone, noto un signore in età piuttosto avanzata, panciuto e bianchissimo, in camicia beige sbottonata e cappello da pescatore. La moglie addormentata (o svenuta?) su un lettino pieghevole accanto al suo.
Il tipo era intento a giocherellare col suo smartphone (uno di quelli grossi come gli assorbenti con le ali, che a 'sto punto fatti un Ipad e tutti a casa...).
Uno tra tanti, niente di che.
Però c'era qualcosa nel modo in cui teneva il telefono.
Qualcosa che non riuscivo a definire... Un fastidio...
Stranissimo come questo telefono si abbassasse sulle ginocchia ogni volta che la moglie si girava, e poi tornasse in posizione verticale subito dopo, come se il tizio stesse facendo qualcosa di nascosto.
Non lo so, avete presente quando vi mettete in testa qualcosa?
Ecco, cosí, per togliermi lo sfizio, decido di aggirare il signore alla lontana, per poter sbirciare da sopra le sue spalle cosa stesse facendo tutto il pomeriggio sul telefono.

"Daddy e Papà sono due maschi e due maschi non possono fare i bambini da soli. Allora, perché si amano tantissimo, hanno chiesto aiuto a delle persone speciali che aiutano le mamme, i papà e i daddies a fare i bambini perché da soli non ci riescono. C'è una signora che porta i bambini nella pancia per altre persone che non possono e che se non ci fosse lei non potrebbero avere dei bambini. E i bambini non potrebbero avere dei genitori buoni che li amano tanto."
"Io sono nato grazie a Daddy e Papà, ma anche grazie ai nonni e agli zii che mi vogliono bene. Perché quando nasce un bambino sono tutti contenti, siamo tutti una famiglia."
"Io la mamma ce l'ho. La mia mamma è il mio papà. E poi c'è nonna che è la mamma di Papà e un po' anche mia. Ma lei è mamma di tutti, pure di nonno. Lo sai che gli deve allacciare le scarpe che lui non ci riesce?"
"Quando sono grande, quando mi sposo, non voglio bambini, perché i bambini sono rompiscatole e piangono sempre. Però voglio un cane. Poi se avrò bambini, li porterò a Papà e Daddy così gli insegnano tante cose, perché io sono un figlio, non sono un padre. Loro sono i genitori."
"La famiglia è amore, cura, abbracciare le persone, baciare le persone e fare le coccole e dividere le caramelle. E se non mi piacciono i pezzettini verdi nel sugo me li togli."

Gabriel, 6 anni.


TQF xx

P.S.
Liberamente tratto da conversazioni origliate e sostenute con l'uomo più importante della mia vita.

Allora, giusto per cercare il pelo in un uovo che ne è pieno, fatemi parlare un attimo dell'uso ed abuso che facciamo del termine 'famiglie gay'.
Cos'è una 'famiglia gay'?
Secondo voi?
Noi saremmo una 'famiglia gay'?
Esistono coppie etero e coppie gay, non ci piove, ma quando si arriva a parlare di famiglia, è giusto parlare di 'famiglia gay'?
Io credo di no.
Possiamo parlare di famiglie omogenitoriali con figli, di famiglie tradizionali con figli, ma non di famiglie gay o famiglie etero, perché il termine è un grosso disservizio nei confronti dei nostri figli.
Mi spiego.
Non ho nessun problema col termine gay, ma questo definisce un tipo di sessualità, non un tipo di famiglia.
Qualcuno mi ha fatto ridere di cuore dicendo "Eh vabbè, ma 'omogenitoriale' mi sa di quelle parole che escono a cazzo quando prendi a pugni la tastiera..." e me ne rendo conto.
Nel mondo immediato e velocemente fruibile di Twitter per esempio, con la costrizione uggiosa dei 140 caratteri, posso capire come alcuni termini mangino troppo spazio alla veloce divulgazione di certe realtà, ma quando leggo sui quotidiani, vedo sui notiziari l'uso sfrenato del termine 'famiglia gay', un po' mi parte l'embolo.
Cos'è una famiglia gay?
Una famiglia in cui ci si alza la mattina, ci si veste di arcobaleni e glitter e si passa la giornata ad allevare unicorni?
Una famiglia che predica la sodomia porta a porta?
C'è davvero bisogno di sottolineare la diversità sessuale buttando tutti nella stessa pentola o si potrebbe forse (se proprio si volesse) solo considerare il fatto che si tratta di due genitori dello stesso sesso con figli di una sessualità che non ha un cazzo a che vedere con voi e con le vostre congetture?
Ecco, solo questo.
Badate bene, il termine è usato anche dai gay e da tanta gente là fuori che ha un cuore ed un cervello sconfinati, che ci supporta e che sogna come noi una società in cui ogni famiglia è solo una famiglia; però secondo me bisogna iniziare a far attenzione a certe definizioni, perché la parola 'gay' a molti fa ancora schifo, evoca solo carnevalate ed una sessualità licenziosa e girovaga che, così concepita, mal si associa all'innocenza dei nostri figli.
Chiamiamo le cose col loro nome: una coppia gay che ha dei figli, non diventa una famiglia gay, non più di quanto una coppia etero con figli possa automaticamente creare una famiglia etero (visto che la maggior parte degli omosessuali proviene proprio da genitori di sesso opposto).
Si tratta di famiglie: omogenitoriali o tradizionali che siano, in cui la sessualità dei genitori non è un gas nervino che permea l'aria contagiando chiunque ne respiri, ma in cui un gruppo di individui, con una propria identità, anche sessuale, non ha bisogno di etichette o generalizzazioni, ma solo di spazio per crescere e prosperare.
E lo spazio di cui parlo è quello fertile che esiste tra le aiuole aride degli stereotipi.

Pensateci e ditemi la vostra, che io ci tengo sempre.



TQF xx




Quando ti trovi a fare delle scelte nella vita, scelte importanti, come fare coming out o decidere di formare una famiglia in maniera 'non tradizionale', a volte arrivi a creare una frattura con alcune delle persone che ti stanno intorno.
La frattura dapprima si crea per l'incomprensione, lo shock o la semplice realizzazione, da parte dei tuoi amici, che come persona sei evoluto oltre i loro schemi. Più comunemente però, la frattura si crea per uno scontro ideologico: sei andato oltre i loro limiti (es: va bene che ti piacciono gli uomini, va bene che ti vuoi sposare, ma alla famiglia ti devi fermare perché non sono d'accordo).
Questo può dar adito a due situazioni:
- quella positiva in cui anche chi ti sta attorno 'evolve' con te, fa tesoro della nuova situazione in cui saranno coinvolti ed abbraccia la possibilità di capire, fare esperienza diretta e crescere.
- quella scomoda in cui ti vogliono restare vicino, ma non fanno mistero della loro disapprovazione, del loro pensiero e del fatto che, basandosi sull'idea della libertà di opinione, manifestano apertamente la loro idea contraria alle tue scelte, con risultati tanto spiacevoli quanto ignorati (da loro).
Tu continui a far del tuo meglio ogni giorno, e ti illudi che la felicità della tua famiglia possa parlare da sola a queste persone, ma purtroppo non basta, perché quello che loro continuano a vedere è solo un pallido tentativo di imitare la famiglia vera.
Quella loro.

Quando parlo di maternità surrogata e delle dinamiche che comporta, l'argomento che mi ritrovo
 spesso a dover affrontare è quello legato alla percezione che il pubblico ha di questo iter, come 'ingiusto' o 'abusivo'.
Mi spiego meglio.
Le persone che si trovano ad esprimere un'opinione sulla maternità surrogata, spesso non riescono a scindere il desiderio di genitorialità di una coppia, dalle loro possibilità economiche e quindi, indirettamente, dal sopruso, dal volersi approfittare di alcune situazioni facendo leva sui propri soldi.
"Io non capisco come si possa comprare il bambino di qualcuno, solo perché quel qualcuno versa in situazioni economiche indigenti e come ultima risorsa decide di vendere il sangue del suo sangue/affittare l'utero/mettersi a disposizione di una coppia ricca per portare avanti una gravidanza"
"Capisco il desiderio ed il bisogno di diventare genitori, ma trovo disgustoso approfittare della miseria e dell'ignoranza di una donna per raggiungere i propri fini"
"Con la maternità surrogata create degli orfani, strappati a madri indigenti con tutta l'arroganza che il vostro status sociale vi consente"
E via dicendo.
Questo weekend festeggeremo il sesto compleanno di sua Tappezza.
Cioè, ha sei anni. SEI.
Di già.
Non so voi, ma dopo aver avuto un figlio, è come se avessi incontrato una pozza di olio per strada e stessi scivolando di panza attraverso gli anni.
Giusto stamattina mi ha detto che non c'è bisogno che gli tenga la mano per strada perché ormai ha quasi sei anni.
"No, la mano me la dai perché LA VOGLIO! E sei tu a tenere la mia, non so se è chiaro..." ho pensato, ma non ho detto nulla, ho semplicemente mandato giù quell'impasto fin troppo famigliare di orgoglio e malinconia che si prova nel vedere i nostri cuccioli crescere.
Mi sono appena finito di rileggere un vecchio post, in cui parlavo di un tragico cambio di pannolino a bordo di un aereo.
Sembrano secoli fa.
A volte lo guardo e non riesco a credere che, appena nato, tutte le tutine che avevamo comprato gli stessero grandi.
Era minuscolo.
Un sorcetto piccolo piccolo.
Adesso si barcamena tra karate, tennis e calcio. Un uragano di testosterone e capoccia granitica. Più alto della media per la sua età e con una personalità dirompente.
Quando vado a mettere a posto la sua stanza, mi vengono i lucciconi a pensare a quando ero l'unico che poteva metterlo a dormire...
Il mio doveva essere l'ultimo viso che vedeva, prima di spegnere la luce.
Un viso sfranto dalla mancanza di sonno, ma con delle occhiaie a zaino piene di amore.
Dove sono finiti tutti questi anni?
Sembro mia madre perdíoh.


Bentrovati, miei piccoli Mini Ponies da guerra! Perdonate la lunga pausa meditativa in occasione della Santa Pasqua, mi auguro siate risorti in ottimismo e serenità.
Io sono risorto dopo cinque quintali di cioccolata al latte e, trovandomi ormai troppo largo per poter passare dalla porta del sepolcro, mi sono rimesso a dormire, per terra però, che ormai non entro più manco dentro al sarcofago.
Tanto la prova costume la faccio nel 2050.
È stato bellissimo passare del tempo con la mia famiglia e con le famose zie di cui ogni tanto vi parlo. Sapete, loro non sono più nel fiore degli anni, tra un po' di arteriosclerosi e problemi fisici debilitanti. Una di loro poi ormai è in clinica, che non può più vivere da sola, e me la vado a prendere ogni volta che scendo.
È la sorella di Nonna Mimí.
Potrei parlarvi della sua storia, che è molto particolare e sofferta, ma non oggi.
Oggi vi racconto di cosa significa uscire a pranzo con queste donne: Nonna Mimí, Zia1 (sorella di papà) e Zia2 (Sorella di Nonna Mimí).

Sulla scia delle ultime 'rivelazioni' nel panorama LGBT italiano (leggi la posizione di Dolce e Gabbana e Aldo Busi su IVF, maternità surrogata e matrimonio), e dopo essermi macerato le gonadi a leggere, rileggere e digerire commenti, interventi ed articoli, sono giunto ad una conclusione.
È in atto un vero e proprio scontro generazionale tra i gay del secolo scorso e quelli di oggi.
La società è cambiata, le persone sono cambiate ed il modo in cui oggi si vive la propria sessualità è decisamente diverso da come fosse appena 40 anni fa.
Voglio dire, cosí come la vecchietta di paese guarda la teenager in minigonna e pensa "Puttanella...", come il signore distinto dell'ufficio del Catasto guarda il ragazzo coperto di tatuaggi e pensa "Drogato...", alcuni gay di mezza età guardano al nuovo volto dell'omosessualità con incredula diffidenza, al contrario però, perché è un volto normale e pulito che non ha nulla di bizzarro, teatrale o perverso.

Ma... Sono io che sto storto stamattina o questo video è incredibilmente divertente? Non riesco smettere di guardarlo... Voglio dire, state cercando di convincere le masse che la teoria del gender è un'emanazione di Satana, e lo fate con 'sto video? Che poi, fatevelo dire, NESSUNO DI VOI ha realmente capito cosa sia la teoria del gender, come viene esposta ai bambini e SOPRATTUTTO quali sono le motivazioni che rendono la cosa così importante, liberatoria ed educativa.
C'è questa paura della possibilità di scegliere di che sesso si vuole essere in base a come ci si sente, in base ai saldi di fine stagione.
Ma secondo voi certe cose si scelgono? Cioè uno un giorno sceglie di essere donna o uomo, così, su due piedi, per noia?
No perché io ci sono giorni che mi sveglio e vorrei tanto avere una patonza in mezzo alle cosce, giusto per dire a mio marito che ho le mie cose e che 'oggi non mi va', ma per ora nulla è pervenuto, se non un marito con le madonne tutto il giorno.
Scherzi a parte, la teoria del gender non si basa sulla possibilità della scelta, ma sull'accettazione di realtà individuali che non possono e non devono essere soppresse da schemi o circostanze, ma abbracciate e vissute con dignità ed orgoglio.
Perché, signorecristo, si tratta di persone. Piccole persone che crescono.
La 'scelta' è il risultato di un vissuto, di una realtà, ed è questa realtà che va protetta e nutrita con rispetto ed amore.
Se la scelta arriverà, sarà il risultato di un percorso, non la sua causa originante.
Non si tratta di decidere se da oggi ti piace il pisello o meno, o di decidere se ti piace di più il calcio che le Barbie, ma di avere la sicurezza e la tranquillità che tutto va bene, che sei a posto, che non sei strano.
Si tratta di avere la tranquillità di essere maschio (etero o meno), pure se ti piacciono i Mini Ponies, o di essere femmina (etero o meno) pure se giochi a pallone meglio di Maradona.
Finché là fuori ci saranno persone che non riescono a capire la differenza tra gender e sessualità, ci ritroveremo a guardare video come questo, con signore trafelate con permanenti crespe e maglioncini da lapidazione in piazza, mariti rincoglioniti dalla televisione ed incastonati su divani in pelle del cinese, e bambini stressati.
Che poi a volerglielo chiedere, secondo me quel poverino si vergogna proprio di loro. Scusate, ma non mi capacito di quel maglione.
Ma andó abitate?
In Lapponia?
Povero cucciolo, che vorrebbe tanto dirle "Mamma, quel maglione ti sta unammerda e meriteresti di essere sepolta viva e dissotterrata tra 100 anni, quando la maglieria norvegese tornerà di moda!" ma non lo fa per paura di essere chiamato ricchione da papà.
Adesso, con la teoria del gender quel bambino potrebbe mantenere la sua mascolinità ed eterosessualità agli occhi della società e della famiglia, ed avere la libertà di poter dire "mamma, con i tuoi occhi dovresti indossare un bel color smeraldo e farti un bel taglio sfilato color miele...".
E andartene affanculo, aggiungerei io fuori campo.

Invece no.


TQF xx



Lo scorso autunno ero per strada col Tappo, di ritorno da scuola. Camminavamo su un largo marciapiede di Belgravia, godendoci il sole e la temperatura piacevolmente mite di ottobre.
Ad un tratto qualcuno grida "Queen Father!". Io raggelato (che non sai mai se ti rincorrono con le mazze da baseball oggigiorno...) cerco di capire da dove provenga la voce e guardo in alto. Sopra ad un autobus turistico, di quelli senza tetto per capirsi, una coppia si sbraccia.
"LO SAPEVO CHE ERI TU!!! ASPETTA!!"
Signore Iddio.
Aspetta che?
Per farla breve, scendono dal bus al semaforo e mi corrono incontro con due bambini al seguito (questi ultimi un po' seccati dall'interruzione del viaggio).
"Ma sei proprio tu!"
"Dipende... Che ho fatto?"
"DAAAIIII!!! E questo è il Tappo! Oddio non ci credo! Ti abbiamo visto in televisione e ti leggiamo sempre!!" ecc ecc ecc.
Non devo dilungarmi a descrivervi l'enorme piacere e l'enorme orgoglio che ho provato nei cinque minuti di chiacchiere e convenevoli con dei perfetti sconosciuti.

Mia madre ha sempre sostenuto che lo strumento educativo più importante sia la fiducia che un genitore ripone in un figlio e nelle sue capacità, una fiducia da non tradire mai.
Per questo mi è sempre stato chiesto di essere responsabile per le mie azioni, anche quando a fare errori non ero direttamente io.
Una storiella che non ricordo, ma che mia madre racconta sempre con gusto, mi vede a 4 anni, a giocare in casa della dirimpettaia. Io che  chiedo alla signora di fare pipí e lei, animata da uno spirito a cavallo tra Satana e l’imbecillità piú eccelsa, mi dice di farla dal terrazzino.
Dal terrazzino!
Non capirò mai il perché.
Ovviamente io ubbidii senza troppe domande, perché era un’adulta che conoscevo e di cui mi fidavo, così finii col fare la pipí in testa a Romano, il signore del pianterreno.
Quando mia madre si ritrovò il signore alla porta, completamente fradicio (che poi Romano era un pezzo di pane e mi voleva un gran bene) si scusó profusamente, rimanendo totalmente composta.
Una vera signora Nonna Mimí.
Una volta però che io rientrai a casa, la prima cosa che lei mi chiese, con la faccia da temporale, fu di raccontargli cosa fosse accaduto (e quella fu ufficialmente l’ultima volta che mia madre rivolse parola alla vicina di casa) e di intimarmi ad andare a scusarmi personalmente con Romano.
Da solo.

In questo momento di inquietudine mediatica, in cui la stampa è presa di mira dalla speculazione mondiale e vengono messe in discussione le sue libertà e le sue responsabilità, accolgo con immenso piacere la possibilità di parlare di un altro tipo di editoria.
Quando ricevetti la richiesta di partecipazione a questa campagna e lessi che il cliente era la Giunti Editore, non potei fare a meno di ricordare con nostalgia la mia infanzia.
Non so se vi ricordate, ma tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’80, la Giunti ha pubblicato alcuni dei titoli di narrativa per l’infanzia più cari a chi, come me, era in età scolare e adesso approccia gli ‘anta (quaranta, NON cinquanta! Andateci piano che ho ancora i brufoli...). Ricordate gli Atlas di Ufo Robot? Capitani Coraggiosi? Tarzan? Giamburrasca? Sandokan? Senza poi contare gli innumerevoli titoli scolastici e gli atlanti scientifici che spulciavamo per fare le ormai inusitate ‘ricerche’ in un’epoca in cui il libro era l’oracolo, e non Google! Io ho addirittura imparato a leggere con un libro didattico della Giunti per la scuola elementare, ‘Racconti’ ed ancora lo leggo a mio figlio nel tentativo di tener viva la lingua italiana in un cinquenne bilingue che parla tutto il giorno inglese.
Grigio.
Grigio è un non colore.
Grigio è la scelta di chi non sa scegliere.
Grigio è facile.
Grigio è conveniente, perché sta con tutto.
Invece no.
In questi ultimi giorni ho imparato che grigio è il coraggio, grigio è l'intelligenza, grigio è la mente che vuole capire e che si pone domande, oltre il nero, oltre il bianco.
Grigio è l'umanità, e le vicende, ed i movimenti dell'anima e l'apertura a quelle possibilità che cambiano le idee più radicate.
Grigio è un albero forte, ma senza radici, che trova nutrimento nella comprensione e nel continuo mettersi in discussione, piuttosto che in certezze difese ad ogni costo, col mitra o con la matita.
Grigio è l'ammissione della fallibilità, la contemplazione dell'errore, la possibilità che il torto si trovi in più di una parte del discorso.
In un mondo che di fronte alla violenza si divide sempre di più tra bianco e nero, grigio è il mio colore e ne vado fiero.

#jesuischarlie
"Bastardi musulmani assasini! Tutti a casa!"
#jesuischarlie
"Figli di puttana! Al rogo!"
#jesuischarlie
"Io non ce li voglio a casa mia! Buttateli fuori!"
#jesuischarlie
"Che cazzo dici, li difendi pure? Sti beduini di merda!"
#jesuischarlie
"È una religione di odio e violenza... Quella dobbiamo combattere!"
#jesuischarlie
"Le matite non uccidono nessuno, i musulmani invece sí!"
#jesuischarlie

Ho scelto il grigio, perché per me non esiste alcuna differenza tra il dire che "Tutti i musulmani sono terroristi" e dire che "Tutti i gay sono pedofili".
Ho scelto il grigio perché per me non esiste differenza tra l'odio sbandierato senza pudore e quello travestito da libertà di opinione.
Ho scelto il grigio perché ho rifiutato di farmi assorbire da movimenti di massa che rappresentano solo una parte della verità.
Ho scelto il grigio perché ho rifiutato di nascondere il mio pensiero dietro ad un hashtag, troppo velocemente imbastardito dai limiti culturali della gente.
Ho scelto il grigio perché la verità è grigia.
La verità è scomoda, la verità è una domanda, non è una risposta.

Per questo io non sono Charlie.

Io sono io.


TQF xx